“Nove anni” in “Crisis”

“Nove anni”

Racconto in “Crisis”, AAVV, a cura di Alberto Cola e Francesco Troccoli, Edizioni Della Vigna, 2013

Il libro

Abbiamo chiesto agli autori di questa raccolta di immaginare un mondo collocato in un futuro non troppo lontano. Abbiamo chiesto loro di raccontarci una storia ambientata in una qualsiasi regione terrestre e in un periodo posto a un massimo di cento anni dalla “più grande recessione planetaria di tutti i tempi”.
La crisi del 2014.
Uno degli scopi del libro è quindi quello di proiettare a beneficio dei lettori alcuni scenari di un futuro nel quale la crisi sia vissuta dai protagonisti delle varie narrazioni come un pericolo ormai superato, che ha però condizionato in modo drastico la storia degli individui, delle loro famiglie, delle aggregazioni e delle comunità, così come le vicende e gli equilibri sociali, politici ed economici su scala planetaria.
Sono queste le sole indicazioni fornite agli autori, all’insegna di una tonalità di fondo che fosse il più possibile “positiva”, incentrata sulla capacità dell’essere umano di superare le prove più difficili, tanto individualmente quanto come collettività.
Un essere umano che, a dispetto della spinta distruttiva di macrosistemi sociali ed economici, tornasse al centro del comune sentire, interprete di una fantascienza in grado di renderlo unico e indiscusso protagonista del proprio destino.

Il mio racconto: “Nove anni”

Il collasso dell’Europa raccontato attraverso la storia di Bashkim, la cui vita è un intreccio continuo di esplorazioni, migrazioni e fughe, tra la natia Albania e l’Italia, paese ricco ma insospettabilmente fragile.

Un racconto basato sul contrappasso, sul rovesciamento dei ruoli, con un finale che chiude il cerchio con l’incipit.

Una storia inquietante perché lascia la sensazione che potrebbe essere reale, da qualche parte potrebbe esserci davvero un Bashkim, che aspetta il crollo.

 

“Nove anni”: incipit

Avevo nove anni, quando una notte attraversai la frontiera ed entrai in Grecia da clandestino.

Per qualche strana ragione, due ragazzi più grandi si convinsero a seguirmi. Nascosti dai boschi che  coprivano ancora le montagne di Korçe, corremmo per mezza giornata e al calare della notte scendemmo per le strade di Kastorià, già greca. Era il 1991.

Il Muro di Berlino era caduto. La dittatura comunista che aveva blindato l’Albania per cinquant’anni, anche.  Avessi fatto quella sortita sei mesi prima, al mio ritorno sarei stato incarcerato insieme alla mia famiglia. Ma il tempismo è sempre stato una delle mie qualità principali…  ora,  sessant’anni dopo, mi spinge verso un’altra pericolosa avventura. L’ultima, probabilmente: e il pensiero corre a quel pomeriggio, alla notte che avvolgeva Kastorià e vide tre ragazzi girare tra le case come lupi.

 

Illustrazione ispirata al racconto – di Martina Campoli

 

Hanno detto

Nel racconto, “Nove anni”, viene presentato uno scenario non impossibile dove la storia dei migranti è rovesciata continuamente tra soggetti predatori e soggetti oggettivati e predati. Tutta la storia è percorsa dalla pietà per un’umanità che solo a tratti riconosce le somiglianze tra disperati travolti dallo stesso destino. L’io narrante è l’ormai anziano Bashkim, che ha compiuto un viaggio nella sua interiorità più doloroso dei viaggi all’interno della criminalità e della guerra.

Da “In verticale bruceremo insieme” di Dina Lentini su La Natura delle Cose

Così, in Nove anni affronta il tema dell’immigrazione, dal punto di vista di un malavitoso albanese, che fa una specie di autobiografia a beneficio dei suoi familiari, ai quali si rivolge con affetto e con rimpianto, dandoci al tempo stesso un’inquitetante fantastoria dell’Albania (e dell’Italia) del 21° secolo e una struggente mini-saga familiare, intensa e struggente.

Recensione di Mario Luca Moretti su Andromeda – Rivista di Fantascienza

Abbate sceglie di raccontare la storia con un intreccio narrativo audace, e anche pericoloso in un testo di questa brevità: un tempo curvo, avvolto su sé stesso, che costringe la voce narrante a una continue esplicitazione dell’anno cui si riferisce, per non perdere di vista il contesto — ma tutto viene risolto in modo piacevole grazie al rigore del punto di vista. L’idea di base non è propriamente originale (salvo il fatto che stavolta si parla di Albania, paese con il quale l’autrice ha stretti legami personali), ma è toccante il modo in cui in questo contesto post-apocalittico, piuttosto abusato nella fantascienza, l’autrice introduce un dubbio pesante.

IQ83, di Franco Ricciardiello su Ai margini del caos