Vuoi pubblicare? Devi fallire! (II)

diario-thLa notizia è che sto per pubblicare un romanzo. La cosa interessante è che sono quindici anni che ci provo! In così tanto tempo, ho accumulato una buona dose di esperienza, data per la maggior parte dai fallimenti, come racconto nel primo post di questa serie: Vuoi pubblicare? Devi fallire!

Se vuoi pubblicare un romanzo le strade sono tante. Quella dei concorsi letterari è una strada valida, specie se cerchi di piazzare un romanzo di genere.

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I concorsi letterari sono importanti!

Cerca, informati e mettiti in gioco. I concorsi sono tanti, alcuni francamente poco seri o da principianti. Io mi sono regolata così: pochi, buoni e tante volte.

Pochi

Nel mio caso, ho scritto un romanzo di fantascienza, quindi ho scelto concorsi letterari di fantascienza. In questo settore i concorsi seri ormai non sono molti, perché non lo sono le “piazze” della fantascienza.

Paradossalmente, questo può essere un elemento a tuo favore, perché per forza di cose riduce la tua scelta e ti obbliga a concentrarti solo su quelli.

In generale, partecipare a un concorso letterario serio in modo professionale non è uno scherzo, Bisogna revisionare e preparare il testo, magari sistemarlo perché abbia un certo standard di lunghezza, rispettare delle scadenze.. stamparlo e inviarlo è la parte più semplice.

L’attesa succesiva si stempera tra le cose della vita (specie se lo fai da quindici anni…) ma più fai le cose sul serio, più il tuo “ingaggio” è un costo anche emotivo.

Anche per questa ragione è meglio scegliere una rosa di concorsi selezionati e seguire quelli, senza disperdere tempo ed energie.

Buoni

Un concorso letterario va presidiato quando è:

  • legato a una casa editrice o a una realtà solida
  • in tema con ciò che proponi.

Ma c’è anche di più: ci sono concorsi letterari che offrono in cambio una scheda di valutazione e un parere di da parte di chi, lettore o giurato, lo ha valutato.
Ti consiglio caldamente di partecipare e di fare tesoro dei giudizi che otterrai!

La prima volta che ho partecipato al Premio Odissea, nel 2007, sono arrivata in finale: tuttavia, ho ricevuto una scheda di lettura non particolarmente lusinghiera. Mi è bruciato parecchio, ma una volta digerito l’affronto ho riflettuto su alcuni appunti e ho revisionato il romanzo.

Laptop or notebook with cup of coffee and origami heart on old

Qualche anno dopo, ho mandato il romanzo a un concorso “fuori genere”: il torneo “Io Scrittore”, che era alla sua prima edizione e mi ha convinta per un aspetto in particolare. Il concorso prevede che se vuoi partecipare, devi leggere tu stesso altri concorrenti (dieci a ogni manche) e formulare un parere e un voto.
Tolte le perplessità sul far fare agli stessi autori un lavoro che non compete loro, e sulla possibilità di franchi tiratori disonesti (perplessità che poi si sono rivelate fondate, in quella e nelle edizioni successive) mi sono fatta due conti: ok, devo leggere tanto, partecipano in migliaia… ma avrò DIECI PARERI sul mio romanzo!

Di quei dieci, diversi si limitavano a un giudizio di gusto “mi è piaciuto/mi ha annoiato”. Uno non aveva capito che il romanzo si basa su un’ucronia e ha elencato pedissequamente tutti gli “errori” relativi al mix temporale. Altri avevano sofferto nella lettura e manifestavano insofferenza. Altri due, invece, hanno fatto notare in giudizi lunghi e articolati alcuni difetti effettivi, uno dei quali era l’imprecisione della mia ucronia e la sua debolezza di base.

Sono dispiaciuta che i commenti fossero anonimi, perché avrei davvero voluto ringraziarli!
Grazie ai loro giudizi, ho modificato il romanzo nella sostanza, l’ho reso storicamente accurato e l’ho rinforzato aggiungendoci una premessa sci-fi che prima mancava.

È stata una fortuna poterlo fare prima che qualcun altro lo leggesse!

Alcune sconfitte sono più trionfali delle vittorie.
(Michel de Montaigne)

Un nuovo libro, insomma, pronto per partecipare all’edizione 2011 dell’Urania. Dove è stato bellamente ignorato.

Tante volte

Spesso l’indifferenza ferisce più di un giudizio negativo, specialmente se inizi a puntare alto e a giocare duro. Allora è stato così, ma sono riuscita a ricavarci qualcosa lo stesso.Ho analizzato il vincitore di quella edizione, e anche altri vincitori precedenti e successivi, e mi sono resa conto che il mio romanzo era fuori luogo in quel contesto. La fantascienza da me proposta, infatti, non era in linea con il tipo di testi proposti da Urania in quel periodo.

A prescindere da quanto sei bravo, a volte semplicemente non sei quello che cercano in quel momento. La cosa è irritante, certo, ma tant’è.

La vita non è quella che dovrebbe essere. È quella che è. È il modo con cui la affronti che fa la differenza.
(Virginia Satir)

La mia mancanza di tempismo, comunque, non mi ha fatto abbandonare l’Urania.

“Tante volte”, giusto? Il motivo è semplice: non ci sei solo tu!

Vincere un concorso o essere notato dipende non solo dalla qualità del romanzo che proponiamo (che deve essere alta! Per questo esistono gli editor!) ma anche dalla qualità degli altri partecipanti, da quanti sono, dalla politica della giuria che può cambiare di anno in anno, perché cambiano le esigenze editoriali e in sostanza quello che gli editori cercano.

Quindi se c’è un concorso a cadenza periodica al quale tieni, non ti scoraggiare e partecipa a più edizioni. Leggi i vincitori delle edizioni passate, per capire se quello che proponi è nel contesto giusto. Se non lo è, non devi necessariamente smettere di partecipare: puoi però prepararti diversamente all’eventualità di un insuccesso.

Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo.
(Winston Churchill)

I concorsi letterari ti danno una marcia in più!

Partecipare ai concorsi letterari implica tutta una serie di cose di cui puoi fare tesoro.

Per prima cosa, lasci andare il tuo testo e lo fai girare.

No! E se mi copiano! Se me lo rubano?
Non aver paura di essere plagiato o che il tuo romanzo venga “rubato”: ci sono una serie di trucchi che puoi mettere in atto per tutelarti.

L’eventualità è comunque remotissima: se scegli concorsi seri e rodati, scegli anche una redazione professionale e della quale fidarti. E quando lasci andare, quando dai al mondo il tuo testo levandolo dal tuo umido cassetto, i vantaggi psicologici sono incalcolabili.

  • Cambia il tuo modo di scrivere.
  • Cambia il tuo modo di leggere quello che hai scritto!
  • Fai un passo in più nella mente del lettore.
  • E ti metti in gioco: il tuo manoscritto nel cassetto diventa una cosa seria, la strada si fa appassionante.

In secondo luogo, non dimenticare che siamo in era social: un momento incredibile per abbattere le distanze sia fisiche che psicologiche e legate al ruolo.

I concorsi hanno spesso pagine facebook, chi li gestisce a sua volta si trova, si vede, è spesso disponibile a nuovi contatti, a scambiarsi opinioni, idee, informazioni. Non parlo di informazioni legate al tuo romanzo o al concorso in sé: più in generale, puoi entrare in relazioni e conversazioni con persone diverse, che ti daranno sicuramente spunti e notizie interessanti.

Se poi ti comporti bene, come ti ho raccomandato di fare nel mio post “Il circolo virtuoso della pubblicazione”, le tue possibilità crescono in modo esponenziale anche al di là del singolo concorso letterario!

Il mio romanzo di concorso non ne ha mai vinto uno. Ma è grazie a un concorso che vedrà la luce.

Te ne parlerò presto. Ho ancora qualcosa da raccontarti, nel prossimo post!

Il mistero si infittisce… cosa sarà mai?

Vuoi pubblicare? Devi fallire!

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Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato.
(Thomas Alva Edison)

Tanto tempo fa, una ragazzina scrisse un romanzo. Poi, pensò che sarebbe stato bello che quel romanzo diventasse “libro”… e venisse letto da qualcuno oltre a lei e il malcapitato amico di passaggio.

Dopo ben diciotto anni dal momento in cui fu scritta la prima parola di quel romanzo, il sogno sta per avverarsi: il romanzo è in uscita!

E vissero felici e contenti.

pessimo modo di raccontare una storia, vero?

C’era una volta… fine!

 

Quella che hai letto può essere tutt’al più la trama: di una storia intitolata “Devi fallire se vuoi pubblicare”. Anche il titolo lascia a desiderare… La forza di questa storia, infatti, sta tutta nell’intreccio e soprattutto nelle vicissitudini attraversate dalla giuovin scrittrice, tra la scrittura e la pubblicazione.

Prima di arrivare all’happy end sono successe molte cose.
Ho mandato il romanzo (colpo di scena! La scrittrice in questione sono io!) a decine di redazioni e concorsi letterari, dove è stato regolarmente scartato. Quando mi è andata bene, il romanzo è finito in finale, e mi ha procurato degli elogi da parte dei suoi lettori.

Gli elogi sono importanti, specialmente quando sei inesperta e hai tantissimi progetti in cantiere. Quando uno di essi viene “premiato” con dei complimenti, sei più propensa a mandarlo avanti.

Quando però gli elogi sono l’unica cosa che ottieni, e passa il tempo, e tutti gli altri progetti sono andati oltre, e hai pubblicato una quindicina di altre cose, e il famoso romanzo resta sempre lì in secca con un bel “brava” appuntato sopra… insomma, la cosa cambia!

Per fortuna, oltre ai graditi elogi ci sono state anche diverse, numerose bastonate. Ed è stato proprio grazie alle bastonate che ho revisionato il testo, l’ho migliorato, ho corretto il tiro, mi sono mossa in modo diverso.

I complimenti mi hanno dato il carburante.
I fallimenti mi hanno dato la rotta!

La domanda è: come trasformare il fallimento in un’esperienza dalla quale imparare?

Si potrebbero scrivere dei trattati. Molti lo hanno fatto! Io ho deciso di scrivere una breve serie di post, con qualche indicazione pratica che ho usato, e che mi è servita. Per questo romanzo, per tutti gli altri, per la vita.

Non maledire un fallimento. E’ il terreno dove vive l’umiltà.
(Yasmin Mogahed)

Se hai voglia di seguirmi, te le racconterò in modo che possano esserti utili, magari come fonte di ispirazione, magari in senso operativo. Il mio romanzo esce tra una settimana, e da quel momento non vorrò più sentirne parlare! Quindi ho solo qualche giorno per raccontarti dei tanti fallimenti che mi hanno aiutato a costruire un successo che mi fa davvero felice e contenta! :-)

Un misterioso dettaglio del mio “lieto fine”…

Il primo capitolo parla di una tappa imprescindibile se vuoi pubblicare un romanzo e imparare al meglio dai problemi che incontri: i concorsi letterari.

Te ne parlerò nel prossimo post: ci vediamo qui!

Il circolo virtuoso della pubblicazione

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Quando si scrive, arriva il momento in cui si prova il desiderio di pubblicare. Di uscire allo scoperto. Dare voce alla propria voce. Raggiungere qualcuno di diverso dal nostro lettore interiore e dal cugino volenteroso che ci riempie di complimenti (santo subito! Teniamoci buoni questi lettori non professionali e superparziali perché sono importantissimi per l’autostima!).

Voglio pubblicare.
Voglio vedere il mio nome su una copertina.
Voglio leggere recensioni del mio libro scritte da sconosciuti.
Voglio leggere cose belle sul mio libro scritte da sconosciuti!
Voglio essere una vera scrittrice! Uno scrittore riconosciuto!

Sono desideri normali, fisiologici e sani: scrivere è un modo per parlare a qualcun altro e aggiungere la propria voce al grande coro umano.

Eh, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo…
Non “il mare”. Ma “un metodo”.
Uno qualsiasi? No. Un metodo per lo meno consapevole e ragionato!

Come fare a farsi pubblicare?

Un metodo valido è quello che io chiamo ”il circolo virtuoso della pubblicazione”. Con me ha funzionato e noto che funziona anche con altri, molto spesso.

In pratica significa farsi pubblicare da chi ti ha già pubblicato, dai suoi amici e dagli amici degli amici.

Ma… ma… aspetta… è orribile! Mi stai dicendo che bisogna essere raccomandati? Mi stai dicendo che pubblichi solo se sei amico di qualcuno?

Assolutamente no.

Ora però ti chiedo: se hai una carie, e arriva il tuo amico con i denti splendenti e un sorriso di felicità, e ti parla benissimo di questo dentista… un controllino non ce lo vai a fare? Se tua sorella resta fuori casa e arriva un fabbro che in tre minuti e trenta euro le apre la porta… chi chiamerai quando la serratura salta anche a te?

Quello che voglio dire è che se fai un buon lavoro sarà lui a parlare per te, se glielo permetti!

Quando parlo di buon lavoro non mi riferisco solo alla qualità del tuo scritto: quella è una condizione necessaria per l’uscita! Necessaria, ma non sufficiente.
Quando parlo di buon lavoro penso anche e soprattutto al fattore umano. Alla qualità delle relazioni che stringi, che dipende anche dal modo in cui ti poni.

Cerca aiuto in modo umile e aperto, comportati in modo positivo e costruttivo con tutti quelli che incontrerai e qualcosa di buono arriverà.

Okay, è ovvio! Grazie tante!
Ovvio non significa facile né automatico.
Tanto per capirci: quante mail hai scritto, nell’ultimo mese, semplicemente per salutare qualcuno e chiedergli “come stai”?
E quando leggi un bel post che ti piace, quante volte ringrazi l’autore nei commenti?
A quante presentazioni sei stato negli ultimi sei mesi, e una volt lì, sei andato a salutare i relatori prima di andare via?

La gentilezza è merce rara, la gentilezza come metodo è rivoluzionaria. E ti spalancherà portoni.

Oggi, ad esempio, è molto facile entrare in contatto con “colleghi esordienti” che come te cercano modi per pubblicare, ma non solo: si scambiano informazioni, si leggono a vicenda, si aiutano spesso e si danno sostegno l’un l’altro. Esistono, basta trovarli.

E come faccio?
Per prima cosa devi esserlo.

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.
Gandhi

Se ti comporterai in modo corretto con gli altri e darai valore al tuo lavoro e al loro, incontrerai presto chi farà lo stesso con te.
Magari ti segnalano un concorso interessante. Oppure direttamente una selezione: un curatore cerca racconti per una specifica antologia e ha sparso la voce in giro.
Così avrai già modo di muovere i primi passi.

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Una volta iniziato, non fermarti! Resta in contatto sia con chi ti ha passato le informazioni, sia con i curatori e/o i nuovi autori che conosci. Aggiungili su Facebook, seguili su Twitter, partecipa alle loro discussioni, segnala le loro uscite, vai alle presentazioni e agli incontri dal vivo, porta dei reali contributi alle realtà interessanti nelle quali ti imbatti.

In questo modo mi pubblicheranno?
No. Ti pubblicheranno se quello che hai scritto è di buona qualità e corrisponde a quello che cercano in quel momento.

La tua presenza attiva e positiva, però, sarà comunque un fatto. Dai valore alle persone e loro si ricorderanno di te. E piano piano tu farai parte del loro mondo, come loro del tuo. Si chiama amicizia: sarà un’amicizia debole di facebook magari, ma sarà pur sempre una relazione che può arricchire te e la tua controparte.

Se i tuoi racconti non vincono il concorso, continua a seguirlo e partecipa a qualche altra edizione prima di mollarlo. Se un tuo collega ti rifiuta un racconto, ringrazialo per la sua attenzione e proponiti ancora, fatti sentire, continua a esserci!

Il circolo virtuoso della pubblicazione

Essere persone positive innesca un circuito virtuoso, per il quale altri riconosceranno questa positività e ricambieranno spontaneamente e di cuore. Non è fuffa. L’ho visto succedere. Succede anche a me.

Sono andata avanti per anni comportandomi come si comporta la maggioranza delle persone, sia online che nella vita: stavo con quelli che mi piacevano, contrastavo chi non mi piaceva, ignoravo chi non mi interessava, litigavo se qualcosa non mi stava bene, usavo il sarcasmo come arma contundente, cambiavo strada se mi pareva la cosa più semplice da fare.
Risultati? Pochi e non commisurati ai miei sforzi.

Poi mi sono accorta che qualcosa non andava. Ho iniziato a farlo: a essere io la persona che avrei voluto incontrare.
A dare una mano senza un corrispettivo immediato, ad aiutare e dimenticarmelo subito dopo.
A non litigare, ma cercare di comporre.
A non giudicare e non sentirmi giudicata anche quando qualcuno mi diceva “il mio libro è bellissimo, la tua recensione è troppo tiepida, non capisci niente”.
A eliminare completamente il sarcasmo dalle mie iterazioni, sostituendolo con un’ironia sorridente, quando potevo condividerla.
A rispettare ma evitare le persone che si comportavano in modo offensivo o distruttivo, anche quando mi offrivano dei vantaggi immediati.

Questo perché il segreto del circolo virtuoso è non agire solo per avere dei vantaggi.
Ovviamente la ragione per cui vogliamo migliorare è una ragione personale e “interessata”, ma deve finire qui. Non possiamo mai sapere dove arriveranno le cose belle, quindi tanto vale restare in attesa, e nel frattempo fare il meglio possibile per lasciare un buon ricordo di noi, come autori, colleghi, persone.

Sforzati di non avere solo successo ma piuttosto di essere di valore.
Albert Einstein

 

In pratica…

Proviamo a farci qualche domanda.

Quando un editore chiede a un suo autore qualche nome interessante, cosa è più probabile che accada?

  1. L’autore gli passa il nome del troll intransigente del suo forum, che scatena un flame dopo l’altro, ma oggettivamente usa bene i congiuntivi.
  2. L’autore gli fa qualche nome che gli pare interessante tra le cose che ha letto ultimamente, tra cui quella di una persona che oltre a scrivere dignitosamente gli ha anche fatto una bellissima impressione umana.

Quando il giurato di un concorso letterario cerca nuovi racconti per nuovi progetti, dove li cerca?

  1. In giro, a caso.
  2. Tra i nomi di chi ha già partecipato al suo concorso: magari non è arrivato tra i primi tre, ma non è male, e ha partecipato tante volte, e guarda, è proprio quel simpatico blogger che parla semper del concorso e linka il bando ogni anno.

Quando un curatore riceve da un editore il mandato per una nuova antologia, come si regola?

  1. Apre l’elenco telefonico e comincia dalla A
  2. Contatta autori che ha già pubblicato altrove, blogger che hanno parlato dei suoi libri, scrittori che sono anche lettori e gli hanno scritto per complimentarsi dei suoi libri e per dirgli che anche loro vorrebbero tanto esserci, se un giorno dovesse presentarsi la possibilità.

Se l’opportunità non bussa, costruisci una porta.
Milton Berle

Capito il concetto? Devi esserci ed esserci bene. Non potrai mai avere il controllo sulle decisioni degli altri. Ma devi avere il controllo sulle tue intenzioni, e sui tuoi comportamenti, che faranno colpo su chi è come te.
Dai valore e il valore arriverà.
(Il corollario è in francese: rompi i coglioni e attirerai rompicoglioni.)

Suona meglio? Sei d’accordo ora sul fatto che se vuoi pubblicare devi farti degli amici?

La tua occasione

La cosa bella è che il circolo virtuoso ti dà anche di più. Non è una semplice questione di avere quello che vuoi, diventa qualcosa di più: bello, profondo, duraturo. E quando inizi a pubblicare, un racconto qui, un corto di là, un guest post, una recensione… una cosa tira l’altra, e intanto potresti accorgerti che pubblicare non è più l’unico centro dei tuoi pensieri: ci sono anche gli altri, i loro progetti, le idee che ci si scambia, le cose che si fanno insieme e che rendono la vita più varia e stimolante.

Per cui che aspetti? Inizia ora! Fai luce dentro di te, sfodera un sorriso e mettiti in cerca di ispirazione e di cose belle da scoprire.

Sì, vabbè, la fai facile. Dove lo trovo io “il curatore che cerca racconti”?

La stai leggendo ora. Io cerco racconti. Leggi qui: Nuova collana di Fantascienza Sociale: cerchiamo racconti!
Se pensi che possa fare per te, aspetto il tuo contributo.

Se la fantascienza sociale è un ambito troppo ristretto, eccone uno più ampio: Trofeo RiLL, Riflessi di Luce Lunare, concorso per racconti fantastici – Iscrizioni aperte!

Il Trofeo RiLL è un concorso letterario serio di appassionati positivi, competenti e di valore, che dividono la loro strada con chi desidera camminare insieme.

Amici miei? Ovviamente! Non hai letto il post? :-)

Scrivere una tragedia, raccontare un trauma

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Giorni fa, stavo programmando i vari post da pubblicare, dedicati a temi ameni di cui abbiamo già parlato in passato: come trattare con gli editori, come vivere bene la scrittura, come prepararsi per la pubblicazione…

All’improvviso il mio mondo, come quello di tutti, si è riempito di immagini di violenza e morte, immagini della terribile tragedia accaduta a Parigi. Alle immagini, hanno subito fatto da contraltare le parole. Ed è stato peggio, sempre peggio. Le immagini sono dure da sostenere.

Ma le parole a volte fanno anche più male.

Parole impulsive, incomplete, confuse, imprecise, buttate a casaccio, ansiose, ansiogene, precipitose, urlate.
Ai racconti in presa diretta sono poi seguite le vere e proprie narrazioni. Ricostruzioni, ipotesi più o meno fondate sui “buchi” lasciati aperti dalla trama, interpretazioni, opinioni spesso anche in malafede.
E via, si scava.

La mia reazione ponderata è stata quella di non espormi oltre alla tempesta maleodorante di violenza e incompetenza, e di evitare di parlarne e di commentare. Per due motivi:

  • la vicenda è di per sé molto complessa e non mi sento in grado di produrre idee sensate in merito.
  • Il commento a caldo è qualcosa di pericolosissimo da gestire nel modo giusto.

E questo è l’aspetto sul quale sento di poter dare un vero contributo!

Sono una scrittrice per mestiere e lavoro con altri scrittori e con le parole.
Mi sono trovata di fronte a un dilemma davvero spinoso, che tocca me, e chiunque si trovi a scrivere per dovere, per piacere, per hobby o per vocazione:

Cosa e come scrivere all’indomani di una tragedia?
Come raccontare traumi appena vissuti?

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S.Dalì, “Orologio molle al momento della prima esplosione”

Ci sono due distinzioni importanti da fare.

La prima distinzione è quella tra scrivere e pubblicare. Ci torno presto.
La seconda distinzione riguarda le persone coinvolte ed è tra:

  • testimoni oculari, vittime, chiunque sia toccato personalmente dall’evento.
  • Tutti gli altri, che ne vengono a sapere da una fonte intermedia.

Scrivere se sei vittima di un trauma

Se hai vissuto la tragedia sulla tua pelle, se sei stato ferito, se sei stato tenuto in ostaggio, sei hai assistito direttamente a un attentato o ne è stato coinvolto un tuo stretto familiare, per te scrivere è importante a scopo terapeutico.

Tantissimi studi confermano le proprietà salvifiche della scrittura, che ci consente di rivivere il trauma in una situazione protetta, di decostruire e ricostruire i fatti in una cornice diversa e di dare loro un significato a noi comprensibile. Catartico e consigliatissimo.

Ho fatto un patto sai con le mie emozioni…
le lascio vivere e loro non mi fanno fuori.
Vasco Rossi, Manifesto Futurista Della Nuova Umanità

Il materiale che produrrai potrà servirti per un percorso interiore di elaborazione, di rinascita, di memoria, magari con l’aiuto di un bravo psicoterapeuta che ti sostenga.
Con un certo tempo e lavoro, i memoriali e i diari possono trasformarsi in pubblicazioni aperte e leggibili da tutti.

M. C. Escher, “Relatività”

Attenzione, però, qui torno sulla distinzione tra scrittura tu cur e pubblicazione.
Scrivere non vuol dire pubblicare.

Quando pubblichi, le parole prendono la loro strada, fuori dal nostro controllo. Possono ritorcersi contro di noi e farci soffrire ancora. Cosa accadrebbe se venissero usate male? Strumentalizzate? Travisate? E cosa accadrebbe se poi ci pentissimo di averle scritte?
Quanto dolore proveremmo ancora?

Non pubblicare nulla: già dalle primissime ore, non postare sul tuo blog, non lanciarti in invettive/ricostruzioni, tieniti lontano dai social per un bel po’… e per l’amor di dio, non rilasciare interviste in cui ti verrà sicuramente chiesto come ti sentivi mentre ti puntavano una pistola alla testa e se perdoni i tuoi torturatori.

Se invece non hai vissuto la tragedia in prima persona, ma ne sei stato coinvolto per avervi assistito tramite TV, web, video, notizie, articoli, dirette, speciali, altre dirette, immagini, telegiornali… benvenuto tra noi!

Raccontare una tragedia: come fare

Fai parte del popolo degli spettatori, tirato dentro ogni tragedia che possa far alzare share o click. Sappi che i media faranno di tutto perché tu sappia e ti senta coinvolto in prima persona, fornendoti un profluvio di input che ti renderà informatissimo e ti rovinerà completamente la giornata/la settimana/la vita.


Ti incoraggeranno a esprimerti, a dire la prima cosa che ti passa per la testa, a esternare come ti senti e come la vedi, ad aggiungere il tuo al loro gracidio. Perché nell’era dei social noi siamo utili casse di risonanza.

Spesso la gente non ha le emozioni chiare, altro che le idee.
Diego De Silva

Se sei uno scrittore, professionista o in erba, la tentazione di metterti alla prova è grande. La forza delle emozioni che provi può trarti in inganno, facendoti credere che è il momento giusto per tirare fuori qualcosa che abbia impatto.

Il flop è molto probabile, perché quando l’enfasi è in mente, difficilmente arriverà sulla pagina, dove trasmetterai chiaramente solo il fatto che non eri padrone di te stesso e dei tuoi strumenti, mentre le scrivevi.

L’emozione non è negativa, anzi è necessario viverla e starci dentro più possibile: fino a che la tempesta di parole non si allinei diventando una sequenza intellegibile.

La comunicazione deve arrivare dopo, molto dopo, una volta che hai deciso cosa, come e perché farlo.

Come nel caso terapeutico, scrivere va bene perché ti consente di fissare sensazioni, dettagli, esperienze, mescolando dati preziosi della realtà che hai intorno con i tuoi percorsi creativi.

In questi momenti, scrivi bozze, annota dettagli, lasciati percorrere dall’atmosfera, ascolta, osserva, registra tutto. Quello che fermerai su carta ti resterà per i lavori futuri.

Considera anche che la sovraesposizione uccide l’elaborazione: per la qualità delle tue parole, ti consiglio di evitare la TV spazzatura, le fotacce sui social, le discussioni online prive di capo e di coda, il sensazionalismo che ti inquina anche la vita.

Tratta con le pinze i racconti dei testimoni oculari, non giudicarli, perché sono esattamente quello che devi evitare anche tu: la comunicazione a caldo, priva di filtri e di discernimento, che nel caso delle vittime merita comprensione e forse anche protezione, custodia, rispetto, silenzio.

“Melanconia”, E. Munch

Esponiti piuttosto a fonti di prima qualità: ascolta le analisi e i contributi pacati, quelli lunghi e articolati, quelli che arrivano dopo rispetto alla monnezza live del citizen journalism.
Segui esperti di politica e di storia sociale, ma anche dell’animo umano: psicoterapeuti, specializzati in stress post traumatici, operatori sociali.

Rivolgiti dunque, per la profondità di ciò che scriverai, ai memoriali di cui sopra: testi già pubblicati di persone che hanno vissuto sulla loro pelle traumi e tragedie, e ne hanno tratto storie e insegnamenti preziosi per tutti.

Uno di essi è “Uno psicologo nel lager” il racconto autobiografico dell’internamento ad Auschwitz del grande Viktor Frankl. Un libro bellissimo, un patrimonio dell’umanità, una lezione di gioia e felicità che ti arricchirà sicuramente. Ne parlo anche qui: Libri per ricordare… e non solo

Viktor Emil Frankl

Leggi. Scrivi. E taci.
Soprattutto se sei sconvolto, se la tragedia di cui stai scrivendo ti tocca corde non bene identificate e ti fa reagire emotivamente… scrivi tutto quello che vuoi ma non pubblicare nulla fino a nuovo ordine del cervello.

Bisogna usare le emozioni per pensare, non pensare spinti dalle emozioni.
Robert Kyiosaki

Si scrive con la pancia, si revisiona e si pubblica con la testa. Nulla di più delle normali valutazioni che uno scrittore dovrebbe fare quando pubblica qualcosa.
Se non fosse che vanno fatte anche per il tuo blog autore, anche per i 150 caratteri di Twitter.

Se sei uno scrittore, anche lo stato su facebook conta. Chi ti segue lo leggerà e si farà un’idea di te che condizionerà anche la tua vita professionale. E quando c’è una tragedia che colpisce tutti, lo scenario si fa più complicato, le cose più delicate.

Hai la pazienza di aspettare fino a quando il fango si deposita sul fondo e l’acqua torna limpida?
Lao Tzu

Sei sicuro di non rischiare qualche gaffe?
Sei certo di essere abbastanza tranquillo e razionale da evitare di scrivere… minchiate?

Se invece sei abbastanza lucido e credi di voler dire qualcosa in merito, esprimiti pure. Se sei sicuro di poter dare un contributo, di poter aggiungere un tassello, fallo nel modo più rispettoso e cauto possibile: per spirito di servizio, non per amor proprio.

In qualsiasi caso evita, ti prego, iniziative collettive e concorsi aperti sull’onda dell’emotività. Come quello di cui ho letto ieri, che richiede agli autori di calarsi nei panni di una vittima parigina immediatamente prima che la ammazzino.
Di cose simili nessuno ha bisogno, tranne l’ego di chi le porta alla luce, che non fa un favore né a sé né agli autori che parteciperanno. Non ci vuole un esperto per immaginare cosa ne uscirà.

Oggi siamo bombardati di parole e di stimoli la maggior parte dei quali sono superflui. Siamo spinti a pubblicare contenuti, qualsiasi tipo di contenuti, e quando ci pentiamo di averlo fatto è troppo tardi, perché tutto resta, nulla si cancella definitivamente e quel racconto emotivo e pecionaro che magari su carta passava inosservato, ora viene condiviso, cinguettato e rilanciato in un infinito presente.

Tienilo a mente la prossima volta che apri Facebook o che decidi di prendere parte a un instant book.

Scrivere ti dà sollievo. Persino quando non hai niente da dire, scrivere ti dà sollievo. Ma lo sappiamo, quando non abbiamo niente da dire?
Elias Canetti

Ocio!

Come trovare un mentore, subito e per sempre

Sul blog di Studio83 è uscito oggi un mio post per la serie dedicata alle Regole del Successo per Scrittori. Il post illustra la Terza regola del successo: Trovati un mentore!

Insegnanti, amici scrittori, compagni di forum, parenti positivi, editor… il nostro mondo può essere pieno di mentori, nel momento in cui capiamo l’importanza di riconoscerli e di cogliere i loro aiuti in modo consapevole.
Ed ecco che la nostra umida e solitaria scrivania può trasformarsi in un crogiuolo caldo e proficuo, nel quale mescere il bene ricevuto per ricavare il nostro personale contributo al mondo.

Avere un mentore, nella scrittura come nella vita, è un grande tesoro che ci permette di procedere in modo più veloce e “centrato” verso i nostri obiettivi. L’assistenza di una persona più esperta che sia positiva e si curi di noi è quello che tutti noi vorremmo!

Scrivere è un’occupazione solitaria. Avere qualcuno che crede in te fa una grande differenza.

Stephen King, da On writing

Avere un mentore è un vero e proprio acceleratore, solo che non è molto comune, ahimé.

Fermi tutti. Scherzo. Avere un mentore è facile, possibile, altamente raccomandato. C’è solo una cosa migliore dell’avere un mentore: averne tanti!

Nel post sopra citato, leggerai di tanti tipi di mentori, di come riconoscerli e di come tenere vivo il rapporto con loro. Qui e ora voglio concentrarmi su una categoria di mentori di cui è pieno il mondo, e dai quali possiamo trarre insegnamenti pratici, ma anche e soprattutto una forza enorme che ci servirà per la vita: i mentori eroici.

Molti personaggi famosi che hanno realizzato obiettivi importanti affermano nelle loro memorie di aver avuto dei mentori molto speciali. Non parlo di persone fisiche, ma di grandi figure dalle quali si sono lasciati ispirare o guidare nel difficile cammino delle loro conquiste.

Molto tempo fa, era comune trarre la propria forza dalla fede. Oltre alle preghiere tradizionali, si sceglieva la figura di un Santo al quale votarsi. Questa pratica è oggi in disuso, a volte bollata come semi pagana o come un retaggio medievale. Il concetto del mentore eroico però funziona in modo molto simile. La nostra mente sceglie, si vota all’immagine di un personaggio mitico con delle caratteristiche ben definite, e in questo modo si focalizza su quelle caratteristiche e le esalta dentro di sé. Il voto di cui parlo non è un’idolatria: non collezioniamo fotografie e cimeli di quel personaggio, non modifichiamo la nostra vita in virtù di un culto, non ci leghiamo sentimentalmente a un’immagine costruita da noi stessi.

Noi sappiamo bene che stiamo costruendo un’immagine, sappiamo che è solo dentro di noi e che personifica semplicemente virtù che già abbiamo, e che in questo modo sono più tangibili e pronte all’uso.

Votandoci in modo operativo a dei personaggi storici, eroici, mitici o famosi che sentiamo in qualche modo affini a noi, possiamo attingere a risorse concrete e benefiche:

  • Ammirazione sincera e spirito di emulazione
  • Consapevolezza che ciò che hanno fatto loro possiamo farlo anche noi
  • Desiderio, spinta verso l’alto, entusiasmo
  • Fiducia, coraggio, pensiero in grande
  • Un legame spirituale che ci dà la sensazione di non essere mai soli.

Sìsìsìsì tutto bellissimo! Ma in pratica?

In pratica, l’adozione di mentori eroici è stata teorizzata e consigliata da qualcuno molto più bravo di me.

Il grande Napoleon Hill, padre ideale degli studi sull’auto miglioramento, ne parla nella sua opera più famosa, un libro uscito nel 1937 e ancora in cima alle classifiche dei più venduti di sempre: “Pensa e arricchisci te stesso”. Ecco il passo in cui ne parla più diffusamente:

Ammetto di non essermi mai disabituato a venerare i miei eroi. L’esperienza mi ha fatto capire che, se non è possibile essere come loro, il meglio che si può fare è imitarli, nei sentimenti e nelle azioni.

Molto prima di scrivere per farmi pubblicare dagli editori o di preparare discorsi da leggere davanti al pubblico, per la formazione del mio carattere cercavo di ispirarmi ai nove uomini le cui opere mi sembravano degne di maggior rispetto. Per me erano veri idoli: Emerson, Paine, Edison, Darwin, Lincoln, Burbank, Napoleone, Ford e Carnegie. Per lunghi anni intrattenni tutte le notti un’immaginaria riunione con questo gruppo di personaggi che avevo definito i miei “Consiglieri Invisibili”.

Procedevo così: poco prima di coricarmi chiudevo gli occhi e immaginavo questi uomini seduti con me attorno a un tavolo. Non solo avevo l’occasione di confrontarmi con loro, ma assumevo la posizione dominante nel gruppo, ne ero il presidente.

Il mio scopo era preciso: indulgere in questa fantasia delle riunioni notturne. Così avrei rimodellato il mio carattere, coltivando col tempo una personalità composita, la risultante della mediazione dell’indole dei miei consiglieri. Da piccolo, ero infatti consapevole che, essendo nato in un ambiente oppresso da ignoranza e superstizione, avrei dovuto pormi l’obiettivo di rinascere, di rimodellare il mio carattere col metodo citato.

I metodi con cui mi rivolgevo ai miei eroi potevano variare a seconda del tratto caratteriale a cui ero maggiormente interessato in un certo periodo. Così, approfondivo sempre più lo studio della loro biografia, anche a costo di immani fatiche. Dopo mesi di ricerche notturne, fui stupito dalla scoperta di aver reso quasi reali tali figure e personaggi del passato.

Con mio grande stupore, ognuno di loro assumeva peculiari caratteristiche individuali: Lincoln, per esempio, prendeva l’abitudine di arrivare in ritardo per pavoneggiarsi di fronte agli altri. Adottava sempre un contegno serioso e non lo vedevo mai sorridere.

È la prima volta che ho il coraggio di rivelare queste riunioni: in precedenza, tacevo perché la mia determinazione in queste attività mi faceva temere di essere frainteso e ridicolizzato. Oggi sono sicuro di poterle pubblicare poiché, rispetto a qualche tempo addietro, mi preoccupo molto meno di quello che “diranno gli altri”.

Per non essere interpretato male, comunque, ribadisco che considero puramente fantasiose le riunioni coi miei eroi; tuttavia, anche se restano fittizi per molti aspetti, sono stati loro a guidarmi lungo i sentieri del coraggio, a riaccendere il mio entusiasmo per le grandi imprese, a spronarmi negli sforzi creativi, a rendermi audace nell’espressione della mia volontà.

Ti sembra troppo campato in aria? Cambiamo anno, secolo, millennio: “Come ottenere il meglio da sé e dagli altri” è il testo cult di Anthony Robbins, moderno guru del self help e consulente di alcuni dei personaggi più potenti (e incasinati!) del mondo. In questo suo fantastico manuale, Robbins ci dà consigli pratici e chiari su come trovare mentori e usare da subito la forza che possono darci.

Qual è la maniera migliore di raggiungere l’eccellenza? Consiste nell’assumere a proprio modello qualcuno che abbia già fatto quel che voi volete fare.

E dunque, sceglietevi qualche modello. Può trattarsi di persone del vostro stesso ambiente oppure di individui celebri che abbiano avuto e abbiano enorme successo. Scrivete i nomi di tre-cinque persone che hanno realizzato le vostre stesse aspirazioni, e indicate brevemente le qualità e i comportamenti che hanno assicurato loro la riuscita. Fatto questo, chiudete gli occhi e immaginatevi per un istante che ciascuno di costoro vi dia qualche consiglio sulla maniera migliore di procedere nel raggiungimento dei vostri obiettivi. Scrivete l’idea principale che ognuno di loro vi esporrà, come se stesse parlando con voi personalmente; può darsi che essa riguardi il modo con cui il personaggio in questione ha superato una difficoltà o una limitazione o quali sono le cose cui fare attenzione o da cercare.

Immaginatevi che vi parlino e accanto a ciascuno dei loro nomi, annotate la prima idea che vi viene in merito a ciò che ritenete che ognuno di loro vi direbbe. Anche se non li conoscete personalmente, mediante questo procedimento essi possono diventare ottimi consiglieri per quanto attiene al vostro futuro.

Adnan Khashoggi ha assunto a proprio modello Rockefeller. Voleva diventare un uomo d’affari ricco, coronato dal successo, per cui ha ricalcato qualcuno che aveva compiuto ciò che lui stesso desiderava compiere. Steven Spielberg ha imitato gente della Universa! Studios prima ancora di esserne assunto. In pratica, tutti coloro che hanno avuto grande successo hanno avuto un modello, un mentore o insegnanti che li hanno avviati nella giusta direzione.

(…) Potrete così risparmiare tempo e energia, evitare di battere strade sbagliate, perché seguirete l’esempio di persone che gli hanno ottenuto il successo. Chi sono le persone del vostro ambiente che possono servirvi da modello? Possono essere amici, familiari, leader politici, celebrità, e se non conoscete buoni modelli, mettetevi subito alla loro ricerca.

Se tutto questo ti sembra ancora una sciocca americanata… beh, ti capisco. Anche a me suonava così, la prima volta che l’ho letto.

Come si può “far parlare” qualcuno nella propria mente?

Poi, qualche tempo dopo, la rivelazione: inconsapevolmente, già lo faccio!

Quando sono molto giù, magari con una delusione cocente appena presa in pieno e con tanta voglia di seppellirmi a letto e piangere… mi figuro mio padre, che con il suo tono energico e affettuoso mi dice: eddai! Coraggio! Sei qui, sei giovane, sei [altre cose belle e positive], che ti manca? Forza, che ce la fai!

Mio padre mi ha detto davvero queste cose, in un momento o nell’altro: la sua positività e il suo ottimismo inguaribile mi sono rimasti dentro. Di più: il suo tono, il suo sguardo, sono elementi tangibili che richiamo quando mi dico: non mi hanno pubblicato? Eddai! Va bene lo stesso! Sono giovane, sono sana, sono [altre cose belle e positive] sono viva! Forza, che la prossima andrà meglio!

Ti faccio un altro esempio, legato al contesto professionale e a un mentore tangibile e a me vicino: un collega scrittore, con pubbilcazioni importanti al suo attivo, che ha grandi doti politiche e un attegiamento affabile e positivo che gli porta chiaramente e meritatamente bene.
Io invece ho un temperamento piuttosto impulsivo e permaloso, ma ho imparato a dominarlo, perché mi sono resa conto della positività che il mio collega si creava intorno. Ho deciso di imitarlo e devo dire che da quando mi comporto così sto molto meglio. Quando mi trovo in dubbio, oppure ho la tentazione di incenerire qualcuno, mi domando: cosa farebbe lui?

L’identità del mio collega e quella di mio papà sono strettamente confidenziali!

Altre volte, sono semplicemente giù. Non ho idee nuove, non riesco a piazzare un testo, non guadagno quello che vorrei, ho pochi lettori, nessuno mi ama, perché sono nata?
A quel punto, sento qualcuno che mi dà una leggera pacca su una spalla.

Mi volto, e mi sorride, con un’espressione ironica e affettuosa insieme.

Sei tu… Kurt!

Ehilà. Mi dice. Non affannarti! Su, siamo fatti per danzare. Quant’è bello alzarsi, uscire di casa e fare qualcosa. Siamo qui sulla Terra per andare in giro a cazzeggiare. Non dare retta a chi dice altrimenti.

Così seguo il consiglio del mio mentore, mi guardo intorno e faccio qualcosa. Cammino, cazzeggio. E quando mi sento meglio, Kurt annuisce, sempre accanto a me.

Mi raccomando. Quando sei felice, facci caso.

Ti pare una cosa da matti? Anche a me. Però funziona alla meraviglia!

Trova un mentore, trovane tanti, scegli chi ti piace e ha realizzato cose che vorresti aver fatto tu. Falli entrare nella tua mente e rendili la voce dei tuoi pensieri. I pensieri sono cose dentro di noi. Sono parole, e le parole sono finestre, oppure muri. Dipende da noi!

Ti piace l’idea di avere un mentore eroico? Ne hai mai trovato uno? C’è uno scrittore o un personaggio che ammiri in particolare?

Ti lascio con queste domande, rispondi se vuoi nei commenti!
felice-thE ti lascio anche con due link in dono:

Pensa e arricchisci te stesso di Napoleon Hill

Come ottenere il meglio da sé e dagli altri di Anthoby Robbins

A questi link trovi i due libri in versione PDF. Dagli un’occhiata, e se ti piace quello che leggi ti consiglio di comprarli e di riempirli di note e sottolineature. Chissà come, potresti trovarti con due mentori in più nel tuo consiglio personale…

…mi raccomando! :-)

 

L’importanza di una strategia contro le brutte sorprese editoriali

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Nel mio post Trattare con gli editori per pubblicare felicemente ho esposto alcuni punti di vista utili nel momento in cui dobbiamo relazionarci con un editore in veste di scrittori.
Quella tra editore e scrittore è una relazione delicata, lo sappiamo: perché non giocare d’anticipo?

Innalziamoci dal nostro attuale libro in cerca di pubblicazione, o dal nostro racconto selezionato per l’uscita. E ragioniamo sul lungo periodo: in che modo possiamo rendere più facile la relazione tra noi e i nostri futuri, diversi e numerosi editori?

Questo problema mi si è presentato per caso, di recente, dopo tanti anni di lavoro nei quali ho affrontato ogni relazione e ogni problema in modo singolo e consequenziale, senza dare molta importanza a una riflessione sistematica.
Ecco com’è andata.

Qualche tempo fa, ho scritto un racconto per una selezione di cui ero stata informata dall’editore. (Capita anche questo: e non capita soltanto a “noi inseriti nel settore, amici degli amici del gotha”: presto ti parlerò del circolo virtuoso della pubblicazione.)

Il tema mi interessava molto e avevo degli spunti, per cui, senza fare né farmi tante domande, mi sono messa al lavoro e ho scritto un racconto. Il racconto si è dimostrato per me molto intenso, sentito, la scrittura mi ha coinvolta molto, come non capita spessissimo a chi è abituato a scrivere per professione. Evviva!

Ho finito il racconto e l’ho mandato, sempre senza troppe domande né indicazioni. Eccolo qui, fatemi sapere quando esce, ciao!

Prima del lieto fine, però, ci sono sempre delle avversità da fronteggiare.
Altrimenti che storia è?

E così, ecco che l’editore è così gentile da presentare agli autori una serie di papabili copertine e chiedere una nostra opinione. Ed ecco che una delle copertine più gettonate ritrae una dolce signora raffigurata di spalle, schiena dritta e gambe semiaperte. Nuda. Sì, ecco, in pratica la copertina era un culo. Che non c’entrava nulla con il contenuto. Ed era pure disegnato male.

Quella copertina alla fine non è stata scelta. Avevo detto lieto fine, no? :-).

Sin da quando ho visto quella copertina, comunque, ho capito che nel caso in cui fosse stata scelta io avrei ritirato il mio racconto dall’antologia.
Non è questo il luogo per discutere perché e per come: ma se sono qui a parlarti di scrittura felice, è perché la vivo pienamente, e non voglio fare esperienze di pubblicazione che mi feriscano o che ledano i miei valori fondamentali. Come quello del rispetto del corpo delle persone, donne in particolare; dell’intelligenza dei lettori e dell’onestà. Chi mi conosce sa che l’idealismo è parte della mia natura e mi è impossibile metterlo da parte.

Giusto, chi mi conosce. E chi non mi conosce?

Ecco quindi che questo piccolo grande spavento mi ha aiutato a capire che c’è bisogno di chiarezza, subito e prima della scrittura, per poter lavorare e far lavorare gli altri con serenità.

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Come pubblico cose che mi piacciono, in contesti che mi piacciono, senza rischiare eventualità come quella che ti ho raccontato?

Come riduco il rischio di brutte sorprese? E quali sono le “brutte sorprese” che più di tutte voglio evitare?

Ho pensato quindi di elaborare una vera e propria dichiarazione programmatica: la sto stendendo cercando di ricordarmi e/o immaginare quante più evenienze possibili e presto la proporrò in un post.

La dichiarazione programmatica è una sorta di manifesto, un elenco amichevole che esponga in modo chiaro cosa un editore può ottenere lavorando con me, e cosa a sua volta deve essere disposto a riconoscermi. Un bignamino, che valga idealmente da “accordo prematrimoniale” nel caso di una prevista pubblicazione.

Chiarezza. Anticipazione. Dialogo. Universalità e flessibilità. Sono qualità da infondere in quella che in sostanza è la propria visione del lavoro di scrittura e di pubblicazione.

Come disse un mio caro amico nel corso di un colloquio in cui gli si offriva uno stage:

Voi siete qui per valutare se sono il candidato giusto per voi. Io sono qui per valutare se siete l’azienda giusta per me.

Il mio amico è un’altra nota faccia di c**o, come la sottoscritta. Ma ognuno è quello che è e tutto serve! E qui parte la seconda citazione: come disse un esperto di vendite,

meglio arrossire prima, che impallidire dopo.

Editore avvisato…

Cosa pensi della mia strategia? Credi che le brutte sorprese si possano limitare, in qualche modo? Cosa ritieni importante specificare a un editore che volesse pubblicare qualcosa di tuo? Come apriresti la tua dichiarazione programmatica? Scrivilo nei commenti! :-)

Filosofia del Self Publishing

Qualche tempo fa, il blogger e scrittore Vito Introna mi ha posto qualche domanda sul fenomeno del self publishing.

diario-thL’autopubblicazione è una realtà riguardo la quale ho una certa esperienza, grazie al mio lavoro con  Studio83, agenzia di servizi letterari che tra le prime in Italia si è occupata degli autori emergenti, di aiutarli, difenderli e affiancarli nel corso del loro esordio.
La chiacchierata virtuale con Vito è stata stimolante. Più che domande, ha messo sul piatto delle questioni aperte. Riguardano non solo l’autopubblicazione in sé, ma anche la promozione, i gruppi di autori, il blogging, l’editoria digitale… tutto dal punto di vista di chi cerca di “uscire” in modo non tradizionale.

La strada del futuro, a mio avviso, è la Pubblicazione Indipendente. Un’evoluzione del “self ” e “auto” nella misura in cui lo scrittore non fa più tutto da solo, un click qui, un software lì, ma si affida a professionisti per produrre un testo che rispetti degli standard elevati di riconosciuta qualità. Dire se un romanzo è bello o brutto non è semplice; stabilire se è impaginato correttamente e ben editato è pacifico. [Leggi: Indie Publishing, la strada del futuro sul blog di Studio83]

Oltre a me, Vito ha intervistato altre persone: scrittori, curatori, operatori del settore. Leggendo il suo post in due parti, intitolato Self Publishing sì/Self Publishing no trovi i pareri di Alessandro Forlani, Francesco Troccoli, Dario Tonani, Glinda Izabel, Greta Cerretti, Laura Costantini e Loredana Falcone. Paragonando le loro differenti risposte alle stesse questioni, puoi farti un’idea di come gran parte del lavoro dello scrittore e dell’operatore professionale sia legato a una sua propria visione, a una mentalità diversa per ognuno, che spesso condiziona anche le scelte e i giudizi.

Ognuno ha la propria filosofia. Nel post che ho linkato ce ne sono di interessanti e diversissime tra loro. Ecco la mia!

  1. Il self publishing digitale sta diventando una vera e propria via alternativa alla pubblicazione. Non è raro trovare autori già pubblicati con case editrici free che integrano il proprio catalogo con ebook autoprodotti. Secondo voi questo canale, capeggiato dal sito di Amazon, può mettere in crisi l’editoria tradizionale?

Quella dell’ “editoria tradizionale” è una categoria chiamata molto in causa, ma a mio avviso è fuorviante definire il sistema editoriale di oggi come “tradizionale”: parlerei piuttosto di editoria “attuale”. Nulla può mettere in crisi l’editoria attuale, più di quanto non facciano già meccanismi interni al proprio sistema e contesto. L’editoria attuale è un meccanismo complicato che di fatto si sottrae alle regole del normale mercato, il che non è di per sé un problema, se non fosse che essa non è capace di proporre alternative e continua a vivacchiare senza darsi uno statuto differente, in un contesto in cui l’offerta (di libri) supera la domanda (dei lettori e di lettori). E questo ultimo fattore vale anche per il self-publishing, che al momento trova il suo mercato negli autori e ha ancora solo in nuce le potenzialità infinite del suo domani.

da meccanismocomplesso.org

  1. Il fenomeno del POD sembra essersi allargato ben oltre le vecchie stampe congressuali e di partito. Un tempo i servizi tipografici costituivano l’alternativa elitaria alle copisterie, oggi invece vari editori, anche di discreto blasone, creano dei veri e propri sottomarchi che offrono servizi di Print on Demand. Tali sottomarchi immettono nel circuito pubblicazioni non sempre di buon livello, poichè in genere prive del benchè minimo servizio editoriale. Come valutate questa pratica commerciale?

È una pratica commerciale nota e usata, non appartenente al mondo dell’editoria “tradizionale” ma comunque a pieno regime da qualche anno. Essendo a pieno regime, dal punto di vista commerciale è una pratica valida perché funziona e quando all’opportunità unisce la qualità è un sistema come un altro di pubblicazione: siamo agli inizi di una nuova era ed è curioso come sotto molti aspetti stiamo ricalcando inconsapevolmente pratiche diffuse anche nel primo Settecento, alba della diffusione della stampa libraria.

 

Il saggio “Stampatori della mente” di McKenzie parla anche di questo

  1. A oggi spuntano come funghi blog amatoriali e semi amatoriali di sedicenti scrittori, editor e/o agenti letterari.Spesso basta un piccolo investimento iniziale per mettere su un sito ben funzionale ed esteticamente attraente, attraverso il quale offrire servizi editoriali non sempre all’altezza delle promesse. Si tratta di semplice speculazione sulla vanità dell’esordiente o ritenete che vi siano altre ragioni alla base del fenomeno?

La “speculazione sulla vanità dell’esordiente” è una realtà diffusa, ma è un luogo comune ancora più diffuso.

Se qualcuno offre un servizio di qualità scadente e al di sotto delle proprie stesse promesse, qualsiasi esso sia, sta semplicemente lavorando male e probabilmente chiuderà presto, dato che gli esordienti non sono minus habens ma in questo caso clienti di servizi, che solitamente si informano, dopo una fregatura si fanno i conti in tasca e in generale sono aperti al miglioramento e al lavoro sulle proprie cose (in dodici anni di lavoro con gli autori, la mia esperienza va in questo senso).

Se invece offro un servizio utile e di qualità e trovo persone che ne traggono beneficio, allora sto facendo un bene a me stessa e ai miei clienti, che non sono necessariamente vanitosi solo perché vogliono esprimersi in modi tradizionalmente preclusi ai più.

A dire il vero, se si pone come fatto che molte piattaforme siano aperte da “sedicenti professionisti”, forse la vanità è da questa parte. Mi sono imbattuta molto spesso in semidilettanti alteri, protagonistici e dogmatici: questa può essere una ragione del proliferare di iniziative varie, molte delle quali presto si sgonfiano o diventano altro.

Un’altra ragione è che semplicemente ora si può fare, ci sono i mezzi tecnici e quindi giustamente gli esperimenti fioriscono.

da studioninjacrm.com

  1. Non è raro trovare gruppi di scrittori self published che si recensiscono e acquistano a vicenda, in modo da mantenersi reciprocamente in cima alle classifiche di vendita e così attrarre nuovi acquirenti. Rovescio della medaglia è il profilerare di commenti e recensioni “Fake” da parte di cordate avversarie, con innesco di frequenti discussioni sui social network, sui contenuti delle quali è meglio soprassedere. Sono solo goliardate o il fenomeno è indice di qualcos’altro?

Non vedo goliardia in questi comportamenti, come in generale in questo settore.

Il “fare gruppo” è una tendenza umana, universale e capillare e il fatto che accada anche con scrittori autopromuoventi (non solo auto pubblicati, naturalmente) o con forumisti incalliti non mi pare un fenomeno così fenomenale. Anzi, penso che questo boom di blurb sia positivo, perché finalmente permette al lettore di capire cosa c’è dietro la promozione libraria in generale, e quindi dopo la prima fregatura diventa più critico, più sveglio e più incline a formarsi una propria opinione più personale e autonoma.

[Tanto tempo fa, però, la pensavo diversamente: leggi il post Fantasmi di mezzanotte]

da wikipedia in inglese, alla voce “blurb”

  1. A volte gruppi di scrittori e editor amatoriali si confederano in piccole case “autoeditrici” rivolte essenzialmente a se stessi e ai propri lavori. In genere queste aziende si appoggiano su un pod o su una tipografia esterna e hanno vita breve. É solo folklore letterario?

È un modo come un altro di mettere a frutto le proprie passioni. Ho visto (e la storia ha visto) nascere in questo modo realtà interessanti e importanti, e con le stesse caratteristiche conosco più di un editore che si è bruciato. La patente del successo te la dà chi ti compra, l’alloro da “poeta laureato” chi ti legge. Ma la dignità del lavoro nessuno può togliertela: o ce l’hai, e vai avanti felicemente comunque vada; o parti già menomato, e presto dovrai cambiare, per non morire.

da cielomareterra.org

  1. E infine l’editoria digitale, che in Italia ancora stenta a decollare, è davvero così pericolosa per il guadagno dell’editore o le paure delle major sono ingiustificate?

L’editoria digitale non ha nulla di diverso da quella “normale”, a parte i supporti. Anzi, è più semplice, perché l’editore non ha più costi di magazzino, tasse sulla carta, tipografia, librai morosi o reticenti… quindi dovrebbe essere una manna per tutti, se solo ci fosse una cultura più operativa, giovane, dinamica, tecnologica.

È questo che fa paura dell’editoria digitale: è una cosa nuova e bisogna impararla da zero, a volte anzi crearla, e finora non molti hanno avuto questa intelligente operosità.

Come ho detto anche all’inizio, a mio avviso i problemi dell’editoria sono molti, la maggior parte interni e cancrenosi già da tempo. E non è detto che i mali dell’editoria dobbiamo sentirli necessariamente come nostri. Pensiamo alla lettura, alla scrittura, al dialogo, all’incontro… morta una categoria imprenditoriale, se ne farà un’altra, e stavolta molte più persone potranno contribuirvi, con le proprie forze e possibilità.

self-publishing

da giorgiotave.it

 

Trattare con l’editore per pubblicare felicemente

pubblica-th felice-thPer tutti noi che scriviamo, la pubblicazione rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo e faticoso.

Allo stesso tempo, il momento in cui la controparte editoriale (l’editore, o il curatore, o il redattore, insomma, chi può farlo, da ora in avanti lo chiamo per comodità “l’editore”) ci dice “Ok, ti pubblicherò!” è a sua volta un momento di partenza. Ci si apre davanti un altro pezzo di strada che nasconde delle insidie potenzialmente letali per la nostra felicità e soddisfazione.

Non parlo del pericolo di avere recensioni negative, o di ricevere stroncature, o di non essere capiti dai lettori. [Se la cosa ti preoccupa, leggi: Come ricevere una stroncatura e vivere felici dal blog di Studio83]

Mi riferisco alla “stretta e lunga via” da percorrere insieme all’editore, per far sì che il manoscritto venga trasformato in prodotto librario, con la collaborazione di tutti.

Collaborazione è la parola giusta. Quando viene a mancare, quando non si lavora più insieme, arrivano i dolori. È molto facile del resto che in questa fase si aprano dei contrasti tra scrittore ed editore. È anzi quasi fisiologico.

L’autore pensa al proprio testo, alla sua “purezza”. Spesso resiste alle proposte di modifica e cerca di limitare gli interventi altrui al meno possibile.
L’editore pensa alla commercializzazione. Spesso tende a semplificare, a uniformare, a tagliare, a sistemare secondo logiche diverse da quelle della scrittura tu cur.

“Diversità” e “conflitto” però non significano “termine della collaborazione”. Le istanze sono diverse, il fine è lo stesso. Capito ciò, in questa fase è necessaria intelligenza da entrambe le parti:

  • L’editore deve rispettare il lavoro dello scrittore e dargli sempre l’impressione che il testo viene amato e rispettato anche dalla redazione, e che qualsiasi intervento o modifica viene fatto per il suo “bene” e per portarlo a quanti più lettori possibili.
  • Lo scrittore deve limitare il proprio ego e dare mostra di accogliere di buon grado le proposte dell’editore. Anche quando non è così!

Non a caso ho parlato di “dare l’impressione” e “dare mostra”. Una comunicazione attenta e attentamente ponderata è il fulcro di questo tipo di delicate relazioni e le rende più facili.

Bellissima, da marketingsocialnetwork.it

Veniamo al sodo. Esempio pratico.

Ti arriva una mail dell’editore, la apri e ci leggi richieste irricevibili di modifiche incomprensibili.
Che fare? Ecco i miei consigli:

  • fermati, respira, chiudi la mail e fatti una passeggiata.
  • Il giorno dopo, scrivi una bozza di mail in cui spieghi le tue ragioni.
  • Il giorno dopo, rileggi tutte e due le mail e valuta se le richieste sono così tremende, e se nella tua mail di risposta non è il caso di cedere un po’.
  • Il giorno dopo, una volta deciso a mente fredda cosa accogliere e cosa no, elabora una controproposta e scrivila attentamente. Smorza i toni accesi, lima le asperità e ribadisci gli aspetti positivi: la tua fiducia nei confronti dell’editore, la tua gioia per la pubblicazione imminente, la tua emozione, il tuo amore per il testo… non è necessario scrivere tutte queste cose, basta infonderle: il tono di una comunicazione può fare la differenza tra il suo successo o il suo fallimento, e in ogni caso salva la relazione.

Tre giorni sono passati! Come ti senti, oggi? Ancora indignato… o un tantino più bendisposto?

A volte tre giorni non ci sono: i tempi sono stretti e l’editore, ingrato e arrivista, vuole una risposta ora, subito, ieri!
Esci e fatti una passeggiata lo stesso. Prenditi tutto il tempo e quanto più tempo possibile per calmare le emozioni e permetti anche alla mente di carburare con il giusto equilibrio. Le parole d’ordine sono pausa, calma, riflessione, accoglimento. Il trucco per non trovarsi in una pericolosa stasi dei rapporti e delle modifiche è quello di elaborare sempre proposte alternative presentate in modo convincente.

Esiste un’alternativa. C’è sempre una terza via, la quale non è una combinazione delle altre due. E’ una via differente.
David Carradine

Chiaro?

Diciamocela tutta.
Capiterà che qualche decisione finale dell’editore non ti piacerà.

diario-th È successo anche a me. Ho pubblicato una quindicina di racconti [se ti interessa, ecco l’elenco dei principali: Giulia Abbate – Racconti]. Ognuno in un volume diverso e per editori, curatori e argomenti differenti. Partendo dall’editing, passando per un certo tipo di grafie, arrivando a copertine opinabili e titoli migliorabili, più di una volta ho ingoiato quelli che mi parevano rospi.
Allo stesso tempo, però, ogni mia pubblicazione mi ha portato cose buone. Ho conosciuto colleghi scrittori, ho ottenuto lettori, ho letto buoni pareri sui testi, ho un ottimo rapporto con diversi editori che mi hanno pubblicato. Anche con quelli di cui non ho condiviso le scelte al cento per cento. Quindi ogni pubblicazione, anche quella che lì per lì avrei avuto voglia di rifiutare per il bene del mio prezioso orgoglio… è servita a qualcosa e mi ha reso ottimi servizi.

da iloveimola.it

Ricorda infatti che tutti abbiamo dei limiti. Loro, certo, ma anche tu. Tu sei un bravo scrittore, un’ottima scrittrice. Tu non sei editore, redattrice, editor né grafica, per lo meno nel caso in esame: tu da una parte, dall’altra le figure professionali che si occupano della pubblicazione-commercializzazione-successo del testo.

Quindi, una parola: molla.

  • Se proprio non riesci a convincerli
  • Se non ti sta bene niente e su qualcosa devi necessariamente cedere
  • Se il compromesso ti stanca e vorresti solo riprenderti tutto e richiuderlo (richiuderti?) nel proverbiale, sicuro cassetto
  • Perfino se ti accorgi di qualcosa che non va dopo la pubblicazione (a me è successo: editing non annunciato né concordato che ho trovato sul libro già in vendita)

…molla! Prendi atto che nel complesso mondo editoriale non tutto è sotto il tuo controllo. Quando avrai familiarizzato con questa difficile realtà, potrai aggiungere un tassello: quello della fiducia.

Nel caso in cui il compromesso sia impossibile, fidati. Affidati alla competenza dell’editore, che dopotutto lavora per pubblicare testi che arrivino al pubblico. E non chiuderti: fai la tua parte, come e dove puoi, perché tutto vada bene.

Da impresaincorso.it

Chiedo molto, lo so. Ma credimi, sono passi necessari per elevarti e imprimere un’accelerazione alla tua strada. Ti renderà profesisonale. Ti farà soffrire di meno.
(E dopotutto, nessuno ti obbliga a stracciare la versione del testo che a te piace di più! Conservala, potrebbe servirti in futuro per riproporla… o per aiutarti a capire che era giusto cambiarla.)

Non è un singolo testo che fa lo scrittore: ogni pubblicazione è un capitolo della tua storia letteraria. E come ben sai, ogni storia è fatta di successi, di insuccessi, di lezioni apprese e di belle sorprese impreviste.

Parlando di imprevisti, esistono comunque delle strategie per limitarli.

Alcune sono istituzionali: il classico paravento per le brutte sorprese è il contratto editoriale, che puoi e devi negoziare.

Prima ancora di arrivare al contratto, compilare una dichiarazione programmatica è un buon modo  per chiarire a editori presenti e futuri le tue priorità, le tue richieste e i tuoi modi di lavorare.

Da economicas.uca.es

Un simile documento, perché di questo si tratta, non è facile da mettere insieme ma può essere risolutivo. Puoi sottoporlo a più editori nel corso del tempo. Inoltre, diventa uno strumento di lavoro utile a te: cambia insieme alle tue priorità, ti dona chiarezza e precisione e ti aiuta a riflttere sulla tua storia passata e futura.

Presto ti illustrerò la mia dichiarazione programmatica e ti spiegherò come e cosa puoi metterci.

Nel frattempo lascia un commento se ti va. Hai mai avuto una delusione editoriale? E una bella sorpresa post-pubblicazione? Pensi che la comunicazione sia importante? E come ti sembra il mio discorso sulla fiducia? Fammelo sapere :-)

E viva il rospo, vittima di ingiusta metafora! :-)

E viva il rospo, vittima di ingiusta metafora! :-)

L’equinozio d’autunno: un tempo per noi

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Avviso antipanico: il blog non si è trasformato in un calendario! :-)

Dopo il post sul giorno di Ferragosto, potresti pensare: ancora date? Mah!

Le ricorrenze non sono solo barbose fissazioni da vecchie zie, sono anche tappe che possiamo riscoprire a nostro vantaggio.
Parlo specialmente di quelle più antiche, legate al ciclo delle stagioni e dei lavori agricoli: abbiamo alle spalle solo pochi anni di benessere tecnologico, ma inscritti nel nostro DNA ci sono ancora elementi con i quali abbiamo convissuto per migliaia di anni e che la specie umana non può dimenticare in quattro e quattr’otto.

Un esempio? La paura del lupo. Ancora oggi, qualsiasi bambino reagisce spaventato alla (scellerata) minaccia “guarda che arriva il lupo!” e i libri di fiabe sono pieni di personaggi che ci paiono sorpassati ma sono efficaci.

Le “scadenze stagionali” sono un altro esempio di un retaggio contadino presente e agente. Anche per chi ama scrivere.

Eh, sì. Ho detto “scadenze”: mancano tre mesi alla fine dell’anno.

Com’è andato questo 2015 finora? Cosa abbiamo seminato? E cosa abbiamo raccolto?

Ragionare “a stagioni” può sembrare riduttivo, nell’ottica di un progetto di ampio respiro. Ma qualsiasi progetto deve prevedere delle tappe intermedie dove fermarsi e guardare indietro oltre che avanti. Abbiamo parlato da poco, sul blog di Studio83, dell’importanza di darsi dei traguardi raggiungibili e misurabili. [Leggi: Seconda Regola del Successo per Scrittori: Obiettivi Realistici!]

Bene, le tappe intermedie sono la chiave per non perdere la bussola, e più il percorso è lungo più tappe devono esserci.

Magari sei nel mezzo di un progetto che ti appassiona. Stai scrivendo un libro, o hai una pubblicazione in cantiere, o stai per lanciarti nel mondo del self publishing.

Ti sei posto delle tappe intermedie?

Se la risposta è no, niente paura. Le ricorrenze annuali sono “tappe naturali”, inscritte nel nostro DNA di specie legata ai ritmi della terra. Rispolverarle è un modo molto efficace per dare una cadenza “naturale” al nostro percorso… e per vivere meglio nel tempo!

Quante volte mi capita di sentire: com’è volato il tempo! Avrei voluto fare questo e quello, ma il tempo mi è passato così!

È vero, il tempo vola, specialmente mentre facciamo qualcosa che ci piace. Ma non passa così, non può e non deve passare invano.

La brutta notizia è che il tempo vola.
La buona è che il pilota sei tu.
Michael Altshuler

Un occhio attento al calendario e il rispetto delle fasi annuali, culturali, sociali ci aiutano a mantenerci presenti al tempo che trascorre e a muoverci incessantemente e consapevolmente.

L’equinozio d’autunno, che cade di 23 settembre, segna l’uguaglianza tra le ore diurne e quelle notturne. Si passa dalla stagione estiva all’autunno.

Nelle culture di tutto il mondo (in particolare… di questo emisfero!) l’equinozio più “importante” e più festeggiato è quello di primavera. È comprensibile: si va dal freddo al caldo. Anche l’equinozio d’autunno ha dei significati importanti che non vanno trascurati.

L’estate è finita. Il raccolto compiuto, e com’è andata è andata. Si vendemmia e si conserva. La terra ha dato ed è il momento di fare i conti, e di prepararsi per il prossimo freddo inverno.

Il Ferragosto ci insegnava l’importanza dello stacco, del riposo creativo. [Leggi: Ferragosto, ovvero il valore del riposo creativo] Parallelamente, l’equinozio autunnale deve suggerire allo scrittore di guardarsi indietro, per “fermare” ciò che si è fatto e godere dei propri traguardi.

Farlo ora, credimi, è molto meglio che arrivare all’ultimo dell’anno con l’ansia da bilancio in attivo. Svegliarsi il 31 dicembre e tirare le somme di 365 giorni non è una buona strategia. Troppa ansia! Troppo tardi!

Rispetto al 31 dicembre, ora siamo più tranquilli e positivi. Possiamo “diluire” la fatica e le eventuali frustrazioni per qualcosa che non è andato come volevamo. Soprattutto, abbiamo ancora tre mesi di tempo prima di chiudere davvero i conti!

Un bel respiro, quindi. È il momento di fare un salto: arrampicati al calendario, distaccati dallo scorrere delle ore nel quale siamo immersi, per osservare dall’alto quello delle settimane.

Le prime domande da porsi possono essere:

  • Quanto ho scritto finora?
  • Quanto ho pubblicato finora?
  • Quante e quali nuove idee mi sono venute in mente?
  • Quante recensioni/menzioni sono riuscito a ottenere quest’anno?
  • Che tipo di prospettive e di azioni pratiche mi si prospettano?

Mero quadro di realtà. Non sottovalutiamo i dati oggettivi: trovarsi davanti ai numeri porta spesso di fronte a rivelazioni inaspettate!

Ad esempio, se mi considero una scrittrice prolifica, rendermi conto che da gennaio a oggi ho scritto venticinque cartelle e basta può darmi la spinta per impegnarmi di più, o gestire diversamente il mio tempo. Oppure può cambiare la percezione che ho di me, da “scrittrice prolifica” a “scrittrice momentaneamente prestata alla vita pratica”. La domanda successiva che potrei pormi è: “fino a quando? Cosa mi impedisce al momento di scrivere e come vivo questa situazione? Cosa posso fare per cambiarla?” E così via.

Con i numeri abbiamo la base per le future strategie. E dato che in autunno si fanno le conserve e si approntano le provviste per i prossimi freddi, anche noi possiamo attrezzarci:

  • per far fronte a una situazione che non è quella che ci saremmo augurati a gennaio, e non ci piace
  • per gestire una situazione che non è quella che ci saremmo augurati a gennaio, ma dove ci troviamo inaspettatamente bene
  • per mettere a frutto i successi ottenuti a sorpresa
  • per proseguire il nostro percorso, dove tutto è andato come prevedevamo, con perseveranza e consapevolezza

Dati alla mano, ecco qualche altra domanda utile, affinché il nostro bilancio autunnale ci predisponga all’azione:

  • Cosa ho fatto finora, che mi è riuscito bene e che potrei fare di più?
  • Cosa ho fatto che non mi è riuscito bene, e perché? Cosa potrei fare di meno, per concentrarmi su ciò che mi piace e mi riesce meglio?
  • Rispetto a ciò che ho fatto finora, potrei fare qualcosa di diverso che “arricchisca” il quadro? O che mi porti più vicino al mio obiettivo?
  • Cosa mi piace scrivere in questo momento? E cosa non mi piace più?
  • Cosa ho letto quest’anno? C’è un genere, o un titolo, che mi servirebbe e che non ho ancora avuto modo/tempo di approfondire?
  • Cosa non voglio leggere? E perché? Sicuro che non sia il momento di allargare il campo?

C’è una cosa importante, che ancora non ti ho detto, sull’equinozio d’autunno.

È una festa che ha delle componenti iniziatiche, e che è rivolta all’interiorità, molto più delle altre.

Mabon, San Michele con la sua bilancia, Persefone… le figure mitiche legate a questa festa sono esseri del buio, delle profondità. L’autunno è la stagione dei culti misterici, delle iniziazioni, dei passaggi, dove le porte tra la dimensione visibile e quella invisibile sono più sottili. Ci troviamo giù, in una staticità momentanea, buia e segreta: quella del seme.

Dettaglio di “Persefone” di Dante Gabriel Rossetti

È proprio il momento di fermarsi, ma non per riposare. Guardiamo intorno, indietro, guardiamo dentro. Riflettiamo su quello che è successo finora, godiamoci quello che abbiamo raccolto e attrezziamoci per quello che c’è ancora da fare.

Le due liste di domande qui sopra possono servirti da cartina di tornasole. Puoi partire da lì, vedrai che man mano che ti impegnerai nella riflessione troverai più facilmente le tue domande, le tue questioni irrisolte, i tuoi passaggi da affrontare.

Ultimo consiglio: tutto ciò viene meglio davanti a una bella tazza di tè caldo!

 

te-mele