Nuova uscita di Ben Pastor: la saga di Martin Bora si arricchisce di una nuova avventura

di | 21 Ottobre 2021

ESCE OGGI per i tipi Sellerio “La sinagoga degli zingari” di Ben Pastor, nuovo capitolo della saga dell’investigatore Martin Bora: ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale, appartenente all’Abwehr (servizio segreto interno dell’esercito), nobile tedesco, colto italianista e classicista e avverso in modo sempre più pericoloso al nazismo.

Ben Pastor è una scrittrice che ho scoperto questa estate, incontrando per caso un suo libro sullo scaffale della biblioteca.

Era il giorno prima della partenza per il primo viaggio della mia avventurosa estate, avevo le borse da fare, i vestiti piegati sul letto, le bambine in fibrillazione… inutile dire che ho aperto la prima pagina e non sono più riuscita a chiudere, rimandando ogni altra cosa 🙂

“Lumen” mi è parso un romanzo eccezionale, con un protagonista importante e ambientazioni pazzesche. Mi sono così procurata altri cinque libri della saga di Martin Bora, in ordine di uscita, sempre tramite biblioteca.
Che dire? Lode a Ben Pastor per aver scritto e a Sellerio per aver pubblicato questa epopea affascinante.

Ho seguito avidamente le traversie e il travaglio interiore del povero Bora, un personaggio con piglio e vocazione di eroe classico, in un tempo in cui non può che essere antieroe: ho letto in macchina, di notte in fila alle frontiere, su traghetti, prima e dopo matrimoni notturni, al mare, in montagna, sul treno… insomma, mi è partita la scimmia!

Lo stile di Ben Pastor è ricercato e insieme chiaro, non è essenziale, ma ha un piglio asciutto. Una cultura sconfinata si infonde non solo nella ricostruzione storica ma anche nelle suggestioni che i personaggi stessi seguono e chiamano in causa.

Le indagini di Bora sono ricerche investigative fatte in tempo di guerra, con tutti i limiti del caso, e conclusioni spesso tristemente simili: qui il “giallo” non è più la ricerca borghese di un ordine sociale da ristabilire, ma la rivolta interiore di un uomo che, nel disordine puro che è la guerra, si impone di continuare a credere in un ordine di tipo morale, secondo il quale esiste una verità, sulla base della quale si misurano le responsabilità personali.

In chiusura, i romanzi riportano sempre una postfazione nella quale l’autrice annota qualche considerazione sulla storia, sul suo personaggio, su quello che lo aspetta, su ciò che l’ha ispirata. Trovo queste note accattivanti e insieme profonde, e preziosi i riferimenti al lavoro fatto e al processo di creazione e ricostruzione.

I limiti che Bora fronteggia (polizie in rotta o ostili agli occupanti , e poi città aperte o sotto attacco, fronti di guerra, resistenze, partigiani, guerre urbane, attacchi e stragi, missioni diplomatiche pericolose, etc., tutto dipinto magistralmente) sono complicati da una forte contrapposizione interna all’esercito tra nazisti, impersonati dagli aggressivi ufficiali SS e Gestapo, e gli ufficiali della antica nobiltà prussiana, come Bora, che pur nel loro insopportabile classismo e superomismo incarnano valori decisamente opposti a quelli dei rampanti padroni di tutto.

Da questo punto di vista, mi ha colpita riflettere sul fatto che Hitler ha avuto oppositori a cui oggi non pensiamo spesso: i nobili tedeschi, appunto, pur guerrafondai e retrivi; e uomini di chiesa che al di là delle connivenze della Chiesa hanno attivamente osteggiato i nazisti.
I sostenitori del nazismo, quelli che lo hanno cavalcato, finanziato, favorito e poi convintamente sostenuto? I grandi industriali, i rappresentanti del capitalismo industriale e non, un capitalismo che con il nazismo ha molti tratti in comune. Il nazismo oggi non c’è più, il capitalismo industriale (spesso degli stessi che hanno fatto fortuna grazie alla manodopera dei campi di concentramento) ce lo troviamo ancora sulla testa e sta benissimo.

Bè, basta divagare, sennò divento monotona. Ecco i romanzi che ho letto, sulle vicende di Martin Bora.
Trovo importante ricordare che non sono usciti seguendo l’ordine cronologico della storia di Bora, ma facendo su e giù nei suoi anni di guerra, cosa che per me aggiunge un che di intrigante al percorso e invoglia (povera me!) a rileggerli tutti a posteriori.

“Lumen”

Data di uscita: 1999

Siamo nel 1939: l’esercito tedesco ha appena invaso la Polonia e Martin Bora è a Cracovia, alla sua prima esperienza di guerra vera e propria dopo l’addestramento in Marocco e l’apprendistato durante la Guerra Civile spagnola.

Nella città appena occupata, Bora deve indagare sull’omicidio della madre superiora di un convento, una mistica tenuta in grande considerazione anche da ufficiali tedeschi nonostante alcune sue profezie avverse al Reich la indichino come gradita ai partigiani. Anche un ufficiale tedesco viene ucciso, coinquilino di Bora, e l’uomo si fa carico anche di questo mistero.

Come ho detto, questo romanzo mi ha conquistata: la sofferenza morale di Bora è qui presentata in modo sottile, l’ufficiale è all’inizio della guerra e della sua personale discesa all’inferno, nel momento in cui tocca con mano la realtà dei rastrellamenti ai danni degli ebrei e quella dei crimini di guerra scientificamente compiuti dai tedeschi ai danni dei prigionieri e della popolazione rurale. Possiamo già intuire la tensione morale, lo scricchiolio delle illusioni, in un contesto bellico che Pastor ricostruisce con grande e inedita contezza delle procedure militari.


“Luna bugiarda”

Data di uscita: 2001

Salto in avanti: siamo a Como nel 1943, dopo l’occupazione nazista dell’Italia successiva all’armistizio. E alla prima pagina già saltiamo per aria: Martin Bora è bersaglio di un attentato partigiano a causa del quale viene ferito, perde una mano e riporta una serie di ferite che si porta appresso per tutto il romanzo, resistendo al dolore con un’attitudine tra il superomistico e il tragico greco.

A Bora viene imposto di indagare sull’omicidio di un notabile fascista, e gli viene assegnato un poliziotto italiano come aiuto. I due, profondamente diversi, non diventano amici ma si trovano a volte a solidarizzare. Bora deve muoversi nell’ambiguo mondo del potere fascista, tra gerarchi fedeli e ottusi, doppiogiochisti e trafficoni corrotti.

Bella l’ambientazione, anche qui siamo in una zona occupata, ma in un momento in cui l’esercito tedesco non è più così fresco e baldanzoso come nel ’39, e in cui la Gestapo sta già sul collo di Bora, che però continua in un suo percorso di pericolosa opposizione nascosta ai programmi nazisti.


“Kaputt Mundi”

Data di uscita: 2003

Roma, gennaio 1944: lo sfacelo è alle porte, la Germania perde ovunque e si prepara ad abbandonare Roma. Ciò nonostante i tedeschi proseguono i rastrellamenti servendosi di spie, e tengono ancora la città con pugno di ferro.

Questo è il romanzo, di quelli che ho letto, in cui Martin Bora soffre di più, soffre davvero come un cane. Combatte ancora con il dolore, le ferite e la menomazione, e la sua storia personale, fatta di un matrimonio celebrato prima della guerra e da sempre infuso di brutti presentimenti, ha un crollo devastante. Le indagini delle SS su di lui stringono il cerchio, e Bora a sua volta non demorde ma si infila in complotti presenti dentro le stesse SS, giocando a rimpiattino con attitudine ormai apertamente sacrificale.

L’indagine: una donna dell’Ambasciata tedesca cade di sotto, ma il suo suicidio non è così chiaro. Accanto a Bora ritroviamo l’ispettore di polizia Sandro Guidi, presente anche in “Luna Bugiarda”: il rapporto tra i due si fa più profondo, ma non vira verso il positivo, anzi, le pagine dedicate al loro tormentato legame sono lacerate tra sentimento di attaccamento e repulsione per le reciproche posizioni.

Roma qui è bellissima e descritta con attenzione, cultura, amore. Le descrizioni dell’agro romano, per chi lo conosce, sono quasi commoventi. Il sapore generale di questo romanzo è quello dell’apocalissi. Incredibile come mi sia trovata a dispiacermi (!) per la sorte di un ufficiale tedesco costretto a scappare a gambe levate dalla mia città, una cosa veramente da prendermi a ceffoni.


“La canzone del cavaliere”

Data di uscita: 2003

Salto indietro nel tempo: Martin Bora è un giovanotto poco più che ventenne, mandato dopo un addestramento a combattere sul fronte spagnolo, naturalmente dalla parte fascista.

Questo è il romanzo che mi è piaciuto meno rispetto agli altri, è bello in senso assoluto, con ambientazioni spagnole abbaglianti e un tasso di “avventurosità” maggiore, ma il fascino tormentato di un uomo lacerato dai dubbi qui non è quasi presente. Anzi, Bora è ancora imbevuto di retorica, fomentatissimo e guerraiolo, idealista e innamorato dell’azione.

La morte, però, è già ben presente e aleggiante tra le righe, e si lega all’amore selvaggio di Bora per la guaritrice e bruja Remedios: un amore un po’ roboante che pure non mi ha troppo impressionata, ma che Ben Pastor sa trattare in modo originale e senza recedere da immagini scomode e dalla rappresentazione di una femminilità che ho apprezzato molto.

Chicca: Bora si mette a indagare sulla morte di Federico Garcia Lorca, che è sfuggito all’esecuzione frachista per trovare la morte lì in Aragona, a un passo da Bora. La poesia è quindi un elemento importante del romanzo, e Ben Pastor è una maestra nel disseminare il testo di citazioni. Molte di esse mi sono certamente sfuggite, data la mia ignoranza in materia di poesia, ma è come se l’intera prosa riflettesse di qualcosa di oscuro, come se i luoghi descritti, scenari impervi e brutali, fossero anche luoghi della mente, loci ideali fatti di poesia.


“La Venere di Salò”

Anno di uscita: 2005

Ottobre 1944: Martin Bora è scappato da Roma e dopo una parentesi in provincia (nel romanzo “Il morto in piazza”, che mi manca) viene portato a Salò dalla Gestapo che ormai lo tiene per il collo e sta per farlo a pezzi.

Dopo un inizio al cardiopalma, in cui Bora si dà per spacciato, eccolo invece nella Repubblica di Salò a dover indagare sul furto di un quadro.

Questo lo porta a risalire a una rete di connivenze e traffico di opere d’arte che arriva fino ai papaveri nazisti, come se non fosse già abbastanza compromesso; lo lega a una donna misteriosa e come lui sofferente, diversa dal suo ideale di donna, che è quindi in grado di inchiodare quell’ideale alla prova di realtà. Nel frattempo, dei misteriosi omicidi di donne lo mettono sul chi vive e lo impegnano in una nuova indagine criminale, almeno fino a che la Gestapo non lo arresta e non inizia a fare davvero sul serio con lui.

Romanzo avvincente, affascinante, crepuscolare e fatto di contrasti… è questo romanzo, in realtà, che mi ha avvicinata a Ben Pastor, perché lo avevo sull’ebook e lo avevo cominciato a leggere con curiosità, poi ho interrotto non so perché, e quando ho visto “Lumen” a firma Ben Pastor in biblioteca, e con lo stesso protagonista, non ho avuto esitazioni.
(Mi sfugge perché proprio questo non sia Sellerio. Boh.)


“La strada per Itaca”

Anno di uscita: 2014

Qui ho un buco, perché tra “La Venere di Salò” e questo ci sono una raccolta di racconti e due altri romanzi, che però sono ambientati sul fronte orientale. Qui, invece, siamo nel 1941, sull’orlo dell’Operazione Barbarossa che tiene lo stesso esercito tedesco col fiato sospeso, e Martin Bora, di stanza all’ambasciata di Mosca, viene spedito in Grecia a prendere delle bottiglie di vino con le quali ungere i sovietici. Assurdo? Certo, e nel romanzo scopriamo anche perché.

Torniamo a scenari aperti e avventure selvatiche: Creta!, con le sue salite scoscese, le batterie di partigiani arroccate sui monti e lo sconfinato amore di Bora per la cultura classica, che qui può cavalcare a briglia sciolta.

Bellissimi i riferimenti alla tragedia e alla mitologia greca, Bora qui è già diviso ma non ancora spacciato, e deve indagare su un supposto crimine di guerra di paracadutisti tedeschi, che diventa poi uno scavo nella storia recente di Creta e di chi si è nascosto proprio lì. Tanto sole, l’averlo letto appena dopo il ritorno dalla Grecia mi ha certamente disposta alla rievocazione e al dettaglio.


Leggerò “La sinagoga degli zingari”? Certo che sì!


La leggerò subito? No, per due ragioni.

La prima è che voglio leggere i romanzi già usciti che mi mancano. La seconda è che aspetto che arrivi in biblioteca, ho iniziato il percorso di Martin Bora in questa cornice e mi sembra appropriato oltre che significativo andare avanti così.

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Da una intervista a Ben Pastor, QUI

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