Un anno di pandemia – Una riflessione

di | 24 Febbraio 2021

Il 24 febbraio 2020 il Comune di Milano chiudeva le scuole in via precauzionale “per un paio di settimane” (frase che è rimasta nella memoria della mia figlia maggiore come emblema di una grandissima fregatura).

Quel lunedì, io avevo appena concluso la mia bella esperienza al Valico Festival, e tornavo a Milano, con un senso di allarme crescente.

Il cuore tende ancora in alto, ma è passato decisamente più tempo di quanto sperassimo. Non è affatto andato tutto bene, non ci stiamo riabbracciando, insomma, ci siamo ancora dentro.

La sensazione, che ormai è più una consapevolezza, è che non ci sia una normalità alla quale ritornare. Siamo in una nuova era: non possiamo che restarci, viverci e costruire qui dove siamo.

Il 2020 è l’anno che, anche più del 2001 dell’11 settembre, ci ha riconsegnatə alla Storia.

Vivevamo abbastanza bene, chi più, chi meno: nelle difficoltà anche grandi della vita, ci trovavamo in una porzione di mondo chiaramente privilegiata, nella quale la “cornice” era abbastanza certa e bisognava “solo” sgomitarci dentro, per stare meglio a livello individuale o familiare.

Non so come mai, ma questa mi è sempre parsa un po’ un’illusione, vivendola e intanto osservandomi viverla: la terra sotto i piedi è data per scontata, ma di fatto non lo è proprio per niente.

Questo 2020 lo abbiamo vissuto così: con la terra sotto i piedi non più così scontata.

Con perdite, lutti, paure, smarrimento. Con la stupefazione di veder collassare la sanità, svanire la coesione sociale, diminuire considerevolmente i beni, annaspare nel disago psichico, stare lontanə dal sole. E anche, ahimé, con una generale mancanza di controllo e autocontrollo.

Ecco che significa per me essere rientrati nella Storia: dover lottare come lottano tuttə, e con questo, forse, capire che lottare per sopravvivere non basta. Bisogna lottare anche per mantenere la padronanza di sé, bisogna capire cosa è giusto e bisogna costruirlo per chi non ce la fa.

Non posso certo essere felice della catastrofe nella quale ci troviamo.
Ma dato che il mio sentimento non porta alcuna differenza nelle cose, ti dirò che in me, insieme al dolore che ha colpito anche la mia famiglia, sento la forza dell’esserci e del voler fare bene. Esiste una forza che langue quando “va tutto bene”, ma che emerge quando dobbiamo lottare.

Sento la gratitudine per quello che ho e la volontà di mettermi sempre nei panni di chi sta peggio, di pensare che potrei trovarmici io, di rifletterci, di prepararmi.

Questa è una delle ragioni per cui mi innervosisco un po’ quando sento la frase: “Oddio, ma siamo nel bel mezzo di una distopia!”

Non è affatto così. Siamo nel bel mezzo della vita e della Storia, come sempre, come tutto il resto del mondo. E possiamo ancora coltivare la nostra forza, anche e soprattutto per chi non ce la fa, e prepararci.

(Le distopie secondo me servono a quello: a mettersi in quei panni e a diventare più forti e aperti all’imprevisto. Se dopo aver letto una distopia tiriamo un sospiro di sollievo e basta, c’è qualcosa che stiamo perdendo.)

Ecco, di solito pubblico post sulla scrittura e l’atteggiamento per scrivere felicemente; stavolta ho un po’ sconfinato, perché mi andava di condividere questa riflessione “annuale”.

Dopotutto, pensare al percorso già fatto e tirare le somme aiuta sempre. Ci permette di capire la strada fatta, di dare valore alle nostre risorse e a quello che siamo riuscitə a sopportare e superare. Ci fa fare un viaggio al di sopra del tempo, liberandoci dalla contingenza e guardando la linea della nostra vita dall’alto. Tanta roba!

Ti lascio con una poesia, che mi pare (sono abbastanza ignorante di poesia!) abbia un po’ questo spirito.

Mi piacerebbe poterla leggere a mia nonna Giusy, morta di covid il 31 marzo 2020. L’avrebbe apprezzata con un ampio cenno della testa, un “eeeh, sì!” e un brillio ironico negli occhi.

Wisława Szymborska
SULLA MORTE SENZA ESAGERARE

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo ingrato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
e, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

(Traduzione di Pietro Marchesani – da Potlatch.it)

Con un abbraccio a chi ha perso qualcunə quest’anno.

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