L’editor, architetto della bellezza di un testo

In cosa consiste il lavoro dell’editor? Cosa si fa, di preciso, nell’editing?

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Ne ho già parlato varie volte, sul blog di Studio83, con articoli e post pieni di indicazioni ed esempi pratici.

Come in “Editing e correzione di bozze“, dove distinguevamo tra i due servizi.
O nell’approfondimento “L’importanza dell’editing: perché no?“.
E negli Appunti di editing la mia collega Elena Di Fazio e io diamo consigli operativi per “assaggiare” questo affascinante lavoro sul testo.

Oggi ti propongo un pezzo più concettuale, nel quale dalla pratica passiamo alla teoria: la definizione, lo scopo, la funzione, la missione dell’editing secondo me e secondo noi di Studio83.

“L’editor: architetto della bellezza di un testo” è un intervento di Giulia Abbate (che sarei io! ^_^ Riportata in corsivo) e Elena Di Fazio, originariamente pubblicato su “L’almanacco del passo sospeso”, Edizioni Sei Pollici.
Il link originale non è più disponibile, quindi lo posto qui, per condividere con te le aspirazioni più alte, e la gioia di fare questo lavoro insieme ai tanti e tante che scelgono Elena e me come editor.

Buona lettura!

L’editor, architetto della bellezza di un testo

La definizione di editor contenuta nel titolo mi piace molto.
Siamo abituati a veder paragonare i testi a delle trame, a dei tessuti, e gli autori come a dei tessitori. Pensando al testo scritto come a una costruzione, l’autore ne è sicuramente il primo artefice, e si spera anche il progettista principale: e l’editor può essere, in qualità di architetto, sia un valido affiancamento in fase di progetto, sia il trasformatore di un ambiente già costruito.

Trovo che il lavoro dell’editor abbia una particolarità: è contemporaneamente un punto di inizio e un punto di arrivo, e mantiene questa caratteristica nel tempo, anche quando si ha poca esperienza, anche quando se ne è accumulata tanta.
Se parliamo di titoli di studio, una laurea in materie umanistiche è fondamentale; ma occorre integrare il percorso di studi con un altro percorso parallelo di formazione personale, che permetta di approdare a competenze letterarie e sulla letteratura, maturando categorie di giudizio che tengano conto del continuum storico letterario e della forma che il romanzo e altri manufatti editoriali hanno assunto nel panorama contemporaneo.

Questa è solo una parte del percorso: più nello specifico, infatti, occorre allenare la mente a riconoscere con immediatezza le caratteristiche di una singola opera di narrativa, cogliere i dettagli e l’insieme allo stesso tempo, analizzare parallelamente le parti che compongono un romanzo.

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Come ogni disciplina, l’analisi letteraria necessita di studio e allenamento.
Leggere classici, leggere romanzi contemporanei, aggiornarsi sempre con nuovi manuali di scrittura, di narratologia, di comunicazione letteraria, acquisendo parametri che ci permetteranno di riconoscere al volo tutte le criticità di un’opera – come un medico matura l’istinto necessario a riconoscere, sulla base di precisi sintomi, una patologia specifica. Cosa più difficile, imparare a trovare la cura per ogni singolo caso: a questo punto entra in gioco un altro tipo di allenamento, quello sui testi da editare.

Come l’architetto e il bravo dottore, l’editor ha competenze e scopi che riguardano la salute, l’armonia, la funzionalità, la forza interiore di un testo, e allo stesso tempo lavora seguendo un mandato preciso.

Noi siamo editor free lance e lavoriamo molto spesso con autori singoli e indipendenti, che a volte ci danno un compito. Lo esprimono magari formulando obiettivi:ho bisogno che il mio saggio risulti di lettura scorrevole”, “vorrei che la mia tesi sia scritta in modo più agile”, “voglio che il mio romanzo sia pubblicabile”, “voglio che quello che ho scritto sia verosimile”, “devo scrivere una certa cosa in un certo tempo”…

In questi casi teniamo conto di una componente che il bravo architetto considera molto importante, ovvero la presenza di un ecosistema che circonda e rende possibile la costruzione, e che va rispettato (anche per un medico, riprendendo anche questa metafora, conoscere l’ambiente in cui deve vivere il suo paziente è fondamentale).
Allo stesso modo in cui progettare o riqualificare un palazzo deve tener conto dell’ambiente circostante e dell’uso a cui esso è destinato, così un editor nel momento in cui interviene deve considerare lo scopo dell’autore, il suo stile di scrittura personale e i messaggi che si evincono dalle righe, le sue precedenti esperienze se ne ha, e il modo in cui collocare eventualmente quel testo nella sua storia di scrittore.
(Qui ripeto: non siamo organico di una casa editrice, lì le dinamiche sono diverse, il discorso si riferisce al lavoro indipendente al servizio di un autore altrettanto indipendente, o di un editore che ci richiede prestazioni occasionali).

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Ricordo che, quando ero una studentessa universitaria, partecipavo a numerosi forum di scrittura e utilizzavo i racconti degli utenti come “cavie” per imparare. Ciò che ho acquisito, e continuo ad affinare nel tempo, è lo sguardo dell’editor: uno sguardo che sia al contempo ampio, per vedere l’opera nel suo insieme, e specifico, per cogliere i singoli dettagli che rendono tale questo insieme.

Ogni giorno c’è un nuovo testo con problematiche nuove, a cui trovare soluzioni soddisfacenti tanto per l’opera quanto per l’autore; ogni giorno trovare quelle soluzioni rinforza le competenze già acquisite e ne aggiunge altre, che andranno affinate da quel momento in poi.
Come un romanzo, la figura dell’editor è sempre in divenire e questo lo rende un lavoro di immensa ricchezza.

Ci sono anche volte in cui l’autore non ha bene un’idea di cosa chiederci e di cosa augurarsi per il suo testo. Succede spessissimo con gli esordienti, che sono una “categoria” nella quale ci siamo specializzate nel corso degli anni, perché ci siamo accorte che eravamo tra le poche (le uniche?) a rispondere a un certo tipo di bisogno, di esigenza che spesso questo tipo di autori non è nemmeno cosciente di avere.

È qui che il nostro mestiere si fa difficile e appassionante.
Con un autore esordiente infatti bisogna tenere conto non solo del mandato e di quello che vuole l’autore, ma anche di componenti dell’ecosistema che non sono così scontate e soprattutto dichiarate. Una scrittura acerba non ha chiare le proprie intenzioni e ha difficoltà a capire dove vuole andare a parare, il
cosa prima ancora del come. In questi tipo di testi bisogna valutare e rispettare anche un altro aspetto importante che l’autore non può identificare da solo: quello relativo ai limiti.

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Sono fermamente convinta che la scrittura sia al 90% tecnica.
Spesso si tende a considerare arido un approccio alla scrittura basato solo sulla tecnica, ma credo che sia l’esatto opposto. Le emozioni, quella grande spinta che porta le persone a prendere la penna e mettere qualcosa su carta, non hanno modo di essere tradotte in linguaggio letterario senza tecnica. Solo la tecnica trasforma un’idea in un racconto, o un romanzo, o qualunque forma letteraria in grado di essere fruita da un lettore. Senza fruizione non c’è comunicazione, e le emozioni restano lì dove sono, nella testa dell’autore. Voler comunicare qualcosa non basta.
Pensiamo a una ballerina, al modo in cui armonizza corpo, musica, movimenti, tensione muscolare e fluidità della performance. E immaginiamo una persona che voglia comunicare le stesse cose, ma senza aver mai preso una lezione di danza. Quale sarebbe il risultato? Una serie di movimenti sconnessi, sgraziati, inintellegibili per l’osservatore. Per arrivare a quella fluidità, a quell’armonia, a quella bellezza, la ballerina ha acquisito e fatto sua la tecnica in anni di studio e allenamento. Senza tecnica non c’è bellezza: il lavoro dell’editor è portare l’autore verso questa consapevolezza e tirare fuori il potenziale suo e della sua opera, anche a costo di cancellare e riscrivere da capo. Tutto è utile all’acquisizione della tecnica, anche – soprattutto – le opere fallimentari, quelle che finiamo per cestinare.

Ci capita di ricevere testi con pesanti problemi di grammatica e di ortografia e con buchi evidenti ai livelli più basilari (frequentissimi quelli nell’intreccio). In questi casi non avrebbe senso parlare all’autore di target eventuale o di genere, e nessunissima utilità metterci noi a riscriverlo completamente. Si tratta invece di aiutare l’autore a capire questi limiti e dargli gli strumenti per superarli anche in autonomia, mettendo da solo quei mattoni, per poi poter salire in modo sicuro al piano successivo. Qui siamo architetti di qualcosa di più, non si tratta più di (ri)costruire un’opera ma di costruire uno scrittore. È un’arte maieutica nella quale avere chiaro il tipo di bellezza da perseguire è fondamentale.

Nel nostro lavoro, intendiamo e perseguiamo il concetto di bellezza dandogli un significato preciso: che è quello di aderenza alla propria realtà.

Ogni essere umano ha il proprio viso, unico e irripetibile, ogni voce ha il proprio timbro, giusto?
E di solito ci si accorge, qualcosa in noi scatta quando ci troviamo di fronte un viso rifatto o una voce che cerca di essere diversa, impostata. Succede anche nella lettura: un lettore esperto (non solo professionale, anzi, a volte la professione ci fa nascere pericolosi “calli”) riconosce al volo la finzione.
Da lettrice, non trovo nulla di più triste, anzi, di più brutto delle schiere di imitatori delle varie correnti di moda, i simil Bukowski, i quasi Palahniuk, i più o meno pulp, gli pseudo qualche-altra-cosa-che-mi-piace-ma-che-in-fondo-non-sono-io.

Certo, l’imitazione di autori più bravi e noti è un allenamento importante, ma le serie di flessioni l’étoile le lascia in palestra, non le porta sul palco.

L’allenamento è fatto di mille passi venuti male e mille momenti in cui si inciampa: tutto per arrivare a mettere insieme una sequenza armoniosa, che ci renderà finalmente orgogliosi di noi stessi.

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E qui sta il punto: qualsiasi autore cerca e vuole fare strada, ma pochi capiscono in tempo che la strada deve anche essere bella, felice e soddisfacente! E mettersi i vestiti di qualcun altro non è mai una strategia azzeccata per sentirsi a proprio agio… né per essere eleganti.

Ogni scrittore prima o poi deve rispondere a questa domanda: qual è la mia voce?
Trovarla significa trovare se stessi, e anche un pubblico ben preciso che ha le orecchie giuste e al quale il testo potrà arrivare e parlare nel modo più bello che ci sia. Questo traguardo è uno degli scopi del nostro mestiere, lo raggiungiamo spesso e rende anche il nostro un lavoro davvero felice.

Non trovare la propria voce, o aggirare semplicemente la domanda, porta all’opposto della medaglia: una piatta, banale bruttezza. A essa forse sì è un po’ troppo abituati, per pigrizia, per pessimismo, per malcostume culturale… perché a volte si dimentica di alzare lo sguardo, e sognare gli splendidi giardini pensili con cui arricchire i tetti dei nostri grattacieli.

Man & Mortar © Jason Paul

Man & Mortar © Jason Paul

 

 

 

 

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