Archives for : Ottobre2015

L’importanza di una strategia contro le brutte sorprese editoriali

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Nel mio post Trattare con gli editori per pubblicare felicemente ho esposto alcuni punti di vista utili nel momento in cui dobbiamo relazionarci con un editore in veste di scrittori.
Quella tra editore e scrittore è una relazione delicata, lo sappiamo: perché non giocare d’anticipo?

Innalziamoci dal nostro attuale libro in cerca di pubblicazione, o dal nostro racconto selezionato per l’uscita. E ragioniamo sul lungo periodo: in che modo possiamo rendere più facile la relazione tra noi e i nostri futuri, diversi e numerosi editori?

Questo problema mi si è presentato per caso, di recente, dopo tanti anni di lavoro nei quali ho affrontato ogni relazione e ogni problema in modo singolo e consequenziale, senza dare molta importanza a una riflessione sistematica.
Ecco com’è andata.

Qualche tempo fa, ho scritto un racconto per una selezione di cui ero stata informata dall’editore. (Capita anche questo: e non capita soltanto a “noi inseriti nel settore, amici degli amici del gotha”: presto ti parlerò del circolo virtuoso della pubblicazione.)

Il tema mi interessava molto e avevo degli spunti, per cui, senza fare né farmi tante domande, mi sono messa al lavoro e ho scritto un racconto. Il racconto si è dimostrato per me molto intenso, sentito, la scrittura mi ha coinvolta molto, come non capita spessissimo a chi è abituato a scrivere per professione. Evviva!

Ho finito il racconto e l’ho mandato, sempre senza troppe domande né indicazioni. Eccolo qui, fatemi sapere quando esce, ciao!

Prima del lieto fine, però, ci sono sempre delle avversità da fronteggiare.
Altrimenti che storia è?

E così, ecco che l’editore è così gentile da presentare agli autori una serie di papabili copertine e chiedere una nostra opinione. Ed ecco che una delle copertine più gettonate ritrae una dolce signora raffigurata di spalle, schiena dritta e gambe semiaperte. Nuda. Sì, ecco, in pratica la copertina era un culo. Che non c’entrava nulla con il contenuto. Ed era pure disegnato male.

Quella copertina alla fine non è stata scelta. Avevo detto lieto fine, no? :-).

Sin da quando ho visto quella copertina, comunque, ho capito che nel caso in cui fosse stata scelta io avrei ritirato il mio racconto dall’antologia.
Non è questo il luogo per discutere perché e per come: ma se sono qui a parlarti di scrittura felice, è perché la vivo pienamente, e non voglio fare esperienze di pubblicazione che mi feriscano o che ledano i miei valori fondamentali. Come quello del rispetto del corpo delle persone, donne in particolare; dell’intelligenza dei lettori e dell’onestà. Chi mi conosce sa che l’idealismo è parte della mia natura e mi è impossibile metterlo da parte.

Giusto, chi mi conosce. E chi non mi conosce?

Ecco quindi che questo piccolo grande spavento mi ha aiutato a capire che c’è bisogno di chiarezza, subito e prima della scrittura, per poter lavorare e far lavorare gli altri con serenità.

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Come pubblico cose che mi piacciono, in contesti che mi piacciono, senza rischiare eventualità come quella che ti ho raccontato?

Come riduco il rischio di brutte sorprese? E quali sono le “brutte sorprese” che più di tutte voglio evitare?

Ho pensato quindi di elaborare una vera e propria dichiarazione programmatica: la sto stendendo cercando di ricordarmi e/o immaginare quante più evenienze possibili e presto la proporrò in un post.

La dichiarazione programmatica è una sorta di manifesto, un elenco amichevole che esponga in modo chiaro cosa un editore può ottenere lavorando con me, e cosa a sua volta deve essere disposto a riconoscermi. Un bignamino, che valga idealmente da “accordo prematrimoniale” nel caso di una prevista pubblicazione.

Chiarezza. Anticipazione. Dialogo. Universalità e flessibilità. Sono qualità da infondere in quella che in sostanza è la propria visione del lavoro di scrittura e di pubblicazione.

Come disse un mio caro amico nel corso di un colloquio in cui gli si offriva uno stage:

Voi siete qui per valutare se sono il candidato giusto per voi. Io sono qui per valutare se siete l’azienda giusta per me.

Il mio amico è un’altra nota faccia di c**o, come la sottoscritta. Ma ognuno è quello che è e tutto serve! E qui parte la seconda citazione: come disse un esperto di vendite,

meglio arrossire prima, che impallidire dopo.

Editore avvisato…

Cosa pensi della mia strategia? Credi che le brutte sorprese si possano limitare, in qualche modo? Cosa ritieni importante specificare a un editore che volesse pubblicare qualcosa di tuo? Come apriresti la tua dichiarazione programmatica? Scrivilo nei commenti! 🙂

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Filosofia del Self Publishing

Qualche tempo fa, il blogger e scrittore Vito Introna mi ha posto qualche domanda sul fenomeno del self publishing.

diario-thL’autopubblicazione è una realtà riguardo la quale ho una certa esperienza, grazie al mio lavoro con  Studio83, agenzia di servizi letterari che tra le prime in Italia si è occupata degli autori emergenti, di aiutarli, difenderli e affiancarli nel corso del loro esordio.
La chiacchierata virtuale con Vito è stata stimolante. Più che domande, ha messo sul piatto delle questioni aperte. Riguardano non solo l’autopubblicazione in sé, ma anche la promozione, i gruppi di autori, il blogging, l’editoria digitale… tutto dal punto di vista di chi cerca di “uscire” in modo non tradizionale.

La strada del futuro, a mio avviso, è la Pubblicazione Indipendente. Un’evoluzione del “self ” e “auto” nella misura in cui lo scrittore non fa più tutto da solo, un click qui, un software lì, ma si affida a professionisti per produrre un testo che rispetti degli standard elevati di riconosciuta qualità. Dire se un romanzo è bello o brutto non è semplice; stabilire se è impaginato correttamente e ben editato è pacifico. [Leggi: Indie Publishing, la strada del futuro sul blog di Studio83]

Oltre a me, Vito ha intervistato altre persone: scrittori, curatori, operatori del settore. Leggendo il suo post in due parti, intitolato Self Publishing sì/Self Publishing no trovi i pareri di Alessandro Forlani, Francesco Troccoli, Dario Tonani, Glinda Izabel, Greta Cerretti, Laura Costantini e Loredana Falcone. Paragonando le loro differenti risposte alle stesse questioni, puoi farti un’idea di come gran parte del lavoro dello scrittore e dell’operatore professionale sia legato a una sua propria visione, a una mentalità diversa per ognuno, che spesso condiziona anche le scelte e i giudizi.

Ognuno ha la propria filosofia. Nel post che ho linkato ce ne sono di interessanti e diversissime tra loro. Ecco la mia!

  1. Il self publishing digitale sta diventando una vera e propria via alternativa alla pubblicazione. Non è raro trovare autori già pubblicati con case editrici free che integrano il proprio catalogo con ebook autoprodotti. Secondo voi questo canale, capeggiato dal sito di Amazon, può mettere in crisi l’editoria tradizionale?

Quella dell’ “editoria tradizionale” è una categoria chiamata molto in causa, ma a mio avviso è fuorviante definire il sistema editoriale di oggi come “tradizionale”: parlerei piuttosto di editoria “attuale”. Nulla può mettere in crisi l’editoria attuale, più di quanto non facciano già meccanismi interni al proprio sistema e contesto. L’editoria attuale è un meccanismo complicato che di fatto si sottrae alle regole del normale mercato, il che non è di per sé un problema, se non fosse che essa non è capace di proporre alternative e continua a vivacchiare senza darsi uno statuto differente, in un contesto in cui l’offerta (di libri) supera la domanda (dei lettori e di lettori). E questo ultimo fattore vale anche per il self-publishing, che al momento trova il suo mercato negli autori e ha ancora solo in nuce le potenzialità infinite del suo domani.

da meccanismocomplesso.org

  1. Il fenomeno del POD sembra essersi allargato ben oltre le vecchie stampe congressuali e di partito. Un tempo i servizi tipografici costituivano l’alternativa elitaria alle copisterie, oggi invece vari editori, anche di discreto blasone, creano dei veri e propri sottomarchi che offrono servizi di Print on Demand. Tali sottomarchi immettono nel circuito pubblicazioni non sempre di buon livello, poichè in genere prive del benchè minimo servizio editoriale. Come valutate questa pratica commerciale?

È una pratica commerciale nota e usata, non appartenente al mondo dell’editoria “tradizionale” ma comunque a pieno regime da qualche anno. Essendo a pieno regime, dal punto di vista commerciale è una pratica valida perché funziona e quando all’opportunità unisce la qualità è un sistema come un altro di pubblicazione: siamo agli inizi di una nuova era ed è curioso come sotto molti aspetti stiamo ricalcando inconsapevolmente pratiche diffuse anche nel primo Settecento, alba della diffusione della stampa libraria.

 

Il saggio “Stampatori della mente” di McKenzie parla anche di questo

  1. A oggi spuntano come funghi blog amatoriali e semi amatoriali di sedicenti scrittori, editor e/o agenti letterari.Spesso basta un piccolo investimento iniziale per mettere su un sito ben funzionale ed esteticamente attraente, attraverso il quale offrire servizi editoriali non sempre all’altezza delle promesse. Si tratta di semplice speculazione sulla vanità dell’esordiente o ritenete che vi siano altre ragioni alla base del fenomeno?

La “speculazione sulla vanità dell’esordiente” è una realtà diffusa, ma è un luogo comune ancora più diffuso.

Se qualcuno offre un servizio di qualità scadente e al di sotto delle proprie stesse promesse, qualsiasi esso sia, sta semplicemente lavorando male e probabilmente chiuderà presto, dato che gli esordienti non sono minus habens ma in questo caso clienti di servizi, che solitamente si informano, dopo una fregatura si fanno i conti in tasca e in generale sono aperti al miglioramento e al lavoro sulle proprie cose (in dodici anni di lavoro con gli autori, la mia esperienza va in questo senso).

Se invece offro un servizio utile e di qualità e trovo persone che ne traggono beneficio, allora sto facendo un bene a me stessa e ai miei clienti, che non sono necessariamente vanitosi solo perché vogliono esprimersi in modi tradizionalmente preclusi ai più.

A dire il vero, se si pone come fatto che molte piattaforme siano aperte da “sedicenti professionisti”, forse la vanità è da questa parte. Mi sono imbattuta molto spesso in semidilettanti alteri, protagonistici e dogmatici: questa può essere una ragione del proliferare di iniziative varie, molte delle quali presto si sgonfiano o diventano altro.

Un’altra ragione è che semplicemente ora si può fare, ci sono i mezzi tecnici e quindi giustamente gli esperimenti fioriscono.

da studioninjacrm.com

  1. Non è raro trovare gruppi di scrittori self published che si recensiscono e acquistano a vicenda, in modo da mantenersi reciprocamente in cima alle classifiche di vendita e così attrarre nuovi acquirenti. Rovescio della medaglia è il profilerare di commenti e recensioni “Fake” da parte di cordate avversarie, con innesco di frequenti discussioni sui social network, sui contenuti delle quali è meglio soprassedere. Sono solo goliardate o il fenomeno è indice di qualcos’altro?

Non vedo goliardia in questi comportamenti, come in generale in questo settore.

Il “fare gruppo” è una tendenza umana, universale e capillare e il fatto che accada anche con scrittori autopromuoventi (non solo auto pubblicati, naturalmente) o con forumisti incalliti non mi pare un fenomeno così fenomenale. Anzi, penso che questo boom di blurb sia positivo, perché finalmente permette al lettore di capire cosa c’è dietro la promozione libraria in generale, e quindi dopo la prima fregatura diventa più critico, più sveglio e più incline a formarsi una propria opinione più personale e autonoma.

[Tanto tempo fa, però, la pensavo diversamente: leggi il post Fantasmi di mezzanotte]

da wikipedia in inglese, alla voce “blurb”

  1. A volte gruppi di scrittori e editor amatoriali si confederano in piccole case “autoeditrici” rivolte essenzialmente a se stessi e ai propri lavori. In genere queste aziende si appoggiano su un pod o su una tipografia esterna e hanno vita breve. É solo folklore letterario?

È un modo come un altro di mettere a frutto le proprie passioni. Ho visto (e la storia ha visto) nascere in questo modo realtà interessanti e importanti, e con le stesse caratteristiche conosco più di un editore che si è bruciato. La patente del successo te la dà chi ti compra, l’alloro da “poeta laureato” chi ti legge. Ma la dignità del lavoro nessuno può togliertela: o ce l’hai, e vai avanti felicemente comunque vada; o parti già menomato, e presto dovrai cambiare, per non morire.

da cielomareterra.org

  1. E infine l’editoria digitale, che in Italia ancora stenta a decollare, è davvero così pericolosa per il guadagno dell’editore o le paure delle major sono ingiustificate?

L’editoria digitale non ha nulla di diverso da quella “normale”, a parte i supporti. Anzi, è più semplice, perché l’editore non ha più costi di magazzino, tasse sulla carta, tipografia, librai morosi o reticenti… quindi dovrebbe essere una manna per tutti, se solo ci fosse una cultura più operativa, giovane, dinamica, tecnologica.

È questo che fa paura dell’editoria digitale: è una cosa nuova e bisogna impararla da zero, a volte anzi crearla, e finora non molti hanno avuto questa intelligente operosità.

Come ho detto anche all’inizio, a mio avviso i problemi dell’editoria sono molti, la maggior parte interni e cancrenosi già da tempo. E non è detto che i mali dell’editoria dobbiamo sentirli necessariamente come nostri. Pensiamo alla lettura, alla scrittura, al dialogo, all’incontro… morta una categoria imprenditoriale, se ne farà un’altra, e stavolta molte più persone potranno contribuirvi, con le proprie forze e possibilità.

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da giorgiotave.it

 

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Trattare con l’editore per pubblicare felicemente

pubblica-th felice-thPer tutti noi che scriviamo, la pubblicazione rappresenta il punto di arrivo di un percorso lungo e faticoso.

Allo stesso tempo, il momento in cui la controparte editoriale (l’editore, o il curatore/la curatrice, o l’editor, insomma, chi può farlo, da ora in avanti lo chiamo per comodità “la CE”) ci dice “Ok, ti pubblicherò!” è a sua volta un momento di partenza. Ci si apre davanti un altro pezzo di strada che nasconde delle insidie potenzialmente letali per la nostra felicità e soddisfazione.

Non parlo del pericolo di avere recensioni negative, o di ricevere stroncature, o di non essere capiti dai lettori e dalle lettrici. [Se la cosa ti preoccupa, leggi: Come ricevere una stroncatura e vivere felici dal blog di Studio83]

Mi riferisco alla “stretta e lunga via” da percorrere insieme alla CE, per far sì che il manoscritto venga trasformato in prodotto librario, con la collaborazione di tutti.

Collaborazione è la parola giusta. Quando viene a mancare, quando non si lavora più insieme, arrivano i dolori. È molto facile del resto che in questa fase si aprano dei contrasti tra autori/atrici e casa editrice.

È anzi quasi fisiologico.

L’autore o l’autrice pensa al proprio testo, alla sua “purezza”. Spesso resiste alle proposte di modifica e cerca di limitare gli interventi altrui al meno possibile.
La casa editrice pensa alla commercializzazione. Spesso tende a semplificare, a uniformare, a tagliare, a sistemare secondo logiche diverse da quelle della scrittura tout court.

“Diversità” e “conflitto” però non significano “termine della collaborazione”. Le istanze sono diverse, il fine è lo stesso. Capito ciò, in questa fase è necessaria intelligenza da entrambe le parti:

  • L’editore deve rispettare il lavoro dello scrittore e dargli sempre l’impressione che il testo viene amato e rispettato anche dalla redazione, e che qualsiasi intervento o modifica viene fatto per il suo “bene” e per portarlo a quanti più lettori possibili.
  • Lo scrittore deve limitare il proprio ego e dare mostra di accogliere di buon grado le proposte dell’editore. Anche quando non è così!

Non a caso ho parlato di “dare l’impressione” e “dare mostra”. Una comunicazione attenta e attentamente ponderata è il fulcro di questo tipo di delicate relazioni e le rende più facili.

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Veniamo al sodo. Esempio pratico.

Ti arriva una mail della CE, la apri e ci leggi richieste irricevibili di modifiche incomprensibili.
Che fare? Ecco i miei consigli:

  • fermati, respira, chiudi la mail e fatti una passeggiata.
  • Il giorno dopo, scrivi una bozza di mail in cui spieghi le tue ragioni.
  • Il giorno dopo ancora, rileggi tutte e due le mail e valuta se le richieste sono così tremende, e se nella tua mail di risposta non è il caso di cedere un po’.
  • Il giorno dopo ancora, una volta deciso a mente fredda cosa accogliere e cosa no, elabora una controproposta e scrivila attentamente. Smorza i toni accesi, lima le asperità e ribadisci gli aspetti positivi: la tua fiducia nei confronti della CE, la tua gioia per la pubblicazione imminente, la tua emozione, il tuo amore per il testo… Non è necessario scrivere tutte queste cose, basta infonderle: il tono di una comunicazione può fare la differenza tra il suo successo o il suo fallimento, e spesso è quello che salva la relazione.

Tre giorni sono passati! Come ti senti, oggi? Ancora indignato… o un tantino più bendisposto?

A volte tre giorni non ci sono: i tempi sono stretti e l’editore, ingrato e arrivista, vuole una risposta ora, subito, ieri!
Esci e fatti una passeggiata lo stesso.

Prenditi tutto il tempo e quanto più tempo possibile per calmare le emozioni e permetti anche alla mente di carburare con il giusto equilibrio. Le parole d’ordine sono pausa, calma, riflessione, accoglimento.

La migliore strategia per non trovarsi in una pericolosa stasi dei rapporti è quella di elaborare sempre proposte alternative presentate in modo convincente.

Esiste un’alternativa. C’è sempre una terza via, la quale non è una combinazione delle altre due. E’ una via differente.
David Carradine

Chiaro?

Diciamocela tutta.
Capiterà che qualche decisione finale della CE non ti piacerà.

diario-th È successo anche a me. Ho pubblicato una quindicina di racconti [se ti interessa, ecco l’elenco dei principali: Giulia Abbate – Racconti]. Ognuno in un volume diverso e per editori, curatori e argomenti differenti.
Partendo dall’editing, passando per un certo tipo di grafie, arrivando a copertine opinabili e titoli migliorabili, più di una volta ho ingoiato quelli che mi parevano rospi.
Allo stesso tempo, però, ogni mia pubblicazione mi ha portato cose buone.
Ho conosciuto colleghi e colleghe, ho ottenuto lettori e lettrici, ho letto buoni pareri sui testi, ho un ottimo rapporto con diverse CE che mi hanno pubblicato. Anche con quelle di cui non ho condiviso le scelte al cento per cento.

Ogni pubblicazione, anche quella che lì per lì avrei avuto voglia di rifiutare per il bene del mio prezioso orgoglio… è servita a qualcosa e mi ha reso ottimi servizi.

Ricorda infatti che tutti abbiamo dei limiti. Loro, certo, ma anche tu.

Tu sei un bravo scrittore, un’ottima scrittrice.

Tu non sei editore, redattrice, editor né grafica, per lo meno nel caso in esame. Tu stai da una parte, dall’altra ci sono le figure professionali che si occupano della pubblicazione-commercializzazione-successo del testo.

Quindi, una parola: molla.

  • Se proprio non riesci a convincerli.
  • Se non ti sta bene niente e su qualcosa devi necessariamente cedere.
  • Se il compromesso ti stanca e vorresti solo riprenderti tutto e richiuderlo (richiuderti?) nel proverbiale, sicuro cassetto.
  • Perfino se ti accorgi di qualcosa che non va dopo la pubblicazione (a me è successo: editing non annunciato né concordato che ho trovato sul libro già in vendita).

…molla! Prendi atto che nel complesso mondo editoriale non tutto è sotto il tuo controllo. Quando avrai familiarizzato con questa difficile realtà, potrai aggiungere un tassello: quello della fiducia.

Nel caso in cui il compromesso sia impossibile, fidati. Affidati alla competenza dell’editrice, che dopotutto lavora per pubblicare testi che arrivino al pubblico. E non chiuderti: fai la tua parte, come e dove puoi, perché tutto vada bene.

Chiedo molto, lo so. Ma credimi, sono passi necessari per elevarti e imprimere un’accelerazione alla tua strada.
Ti renderà profesisonale.
Ti farà soffrire di meno.

(E dopotutto, nessuno ti obbliga a stracciare la versione del testo che a te piace di più! Conservala, potrebbe servirti in futuro per riproporla… o per aiutarti a capire che era giusto cambiarla.)

Non è un singolo testo che fa lo scrittore e la scrittrice: ogni pubblicazione è un capitolo della tua storia letteraria. E come ben sai, ogni storia è fatta di successi, di insuccessi, di lezioni apprese e di belle sorprese impreviste.

Parlando di imprevisti, esistono comunque delle strategie per limitarli.

Alcune sono istituzionali: il classico paravento per le brutte sorprese è il contratto editoriale, che puoi e devi negoziare.

Prima ancora di arrivare al contratto, compilare una dichiarazione programmatica è un buon modo per chiarire a te, ed eventualmente a editori presenti e futuri le tue priorità, le tue richieste e i tuoi modi di lavorare.

Un simile documento, perché di questo si tratta, non è facile da mettere insieme ma può essere risolutivo. Puoi sottoporlo a più editori nel corso del tempo. Inoltre, diventa uno strumento di lavoro utile a te: cambia insieme alle tue priorità, ti dona chiarezza e precisione e ti aiuta a riflettere sulla tua storia passata e futura.

Cosa ne pensi? Hai mai avuto una delusione editoriale? E una bella sorpresa post-pubblicazione? Pensi che la comunicazione sia importante? E come ti sembra il mio discorso sulla fiducia? Fammelo sapere 🙂

E viva il rospo, vittima di ingiusta metafora! :-)

E viva il rospo, vittima di ingiusta metafora! 🙂

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